Troppo sport può fare male? La risposta della scienza

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Sintesi. Troppo sport può fare male? Negli ultimi anni la scienza ha iniziato a studiare seriamente anche i possibili limiti dell’eccesso di attività fisica. Muoversi fa bene — su questo non ci sono dubbi, e i dati sono straordinariamente chiari: anche dosi modeste di attività fisica si associano a una riduzione importante della mortalità prematura. Il grosso del beneficio si ottiene già con 150 minuti di attività moderata a settimana, e i vantaggi aggiuntivi di fare molto di più sono molto meno certi di quanto la narrazione popolare suggerisca. Per chi affronta un percorso di calo di peso, l’indicazione che emerge dalla letteratura è semplice: un’attività piacevole, regolare e sostenibile nel tempo vale molto più di uno sforzo intenso che non si riesce a mantenere.
Troppo sport può fare male? Benefici e rischi dell’attività fisica intensa
Muoversi fa bene, ma l’eccesso potrebbe non essere sempre meglio

Nel 2018 ci siamo posti una domanda

Nel 2018 abbiamo pubblicato su questo sito un articolo in cui ci chiedevamo se un eccesso di attività fisica potesse non essere necessariamente positivo. Era una domanda controcorrente. Sono passati sette anni, e nel frattempo la letteratura si è arricchita di studi nuovi e di disegni più robusti. Vale la pena tornare sull’argomento: cosa c’è di nuovo? I dati hanno cambiato qualcosa?

La risposta breve è: il punto di partenza — muoversi fa bene — è più solido che mai. Ma alcune domande su cosa succede quando si fa molto di più sono rimaste aperte, e i dati più recenti le rendono, se possibile, ancora più interessanti.

Il grosso del beneficio dell’attività fisica si ottiene già con dosi lievi-moderate. Quello che succede molto oltre questa soglia è meno chiaro di quanto si pensi.

Troppo sport può fare male? Prima una certezza: muoversi fa bene

Su questo la letteratura è unanime e i numeri sono notevoli. Una grande meta-analisi di Garcia e colleghi pubblicata sul British Journal of Sports Medicine nel 2023 — 94 coorti, oltre 160 milioni di anni-persona osservati — ha mostrato che la curva dose-risposta tra attività fisica e mortalità ha una forma a “L”: la pendenza è ripidissima tra zero e il livello delle raccomandazioni ufficiali, poi si appiattisce (Garcia et al., 2023). Tradotto: il passaggio dalla sedentarietà a un’attività lieve-moderata è di gran lunga il salto più importante. Quello che si guadagna aggiungendo ulteriori ore è progressivamente meno.

Ahmadi e colleghi, studiando con accelerometria oggettiva oltre 70.000 partecipanti della UK Biobank, hanno trovato che 15-20 minuti di attività vigorosa a settimana si associano già a riduzioni della mortalità comprese tra il 16 e il 40% a seconda dell’endpoint considerato — mortalità globale, cardiovascolare e oncologica (Ahmadi et al., 2022). Non ore di allenamento: quindici minuti.

Per chi è in sovrappeso o obeso, o sta iniziando una terapia farmacologica per il calo di peso, questo dato è importante. Non servono imprese atletiche. Anche una camminata quotidiana, praticata con regolarità, produce benefici reali e documentati. Il problema non è fare poco: è non fare nulla.

Gli atleti di endurance: dati affascinanti, ma da leggere con cautela

Guardando la letteratura sugli atleti masters di endurance — chi corre maratone, pedala migliaia di chilometri l’anno, gareggia in triathlon dopo i cinquant’anni — si trovano dati che a prima vista sembrano straordinari. Telomeri leucocitari più lunghi rispetto ai sedentari di pari età, biomarcatori di invecchiamento più favorevoli, mortalità apparentemente ridotta (Denham et al., 2013; Aguiar et al., 2021; Schnohr et al., 2018).

Questi dati sono reali. Ma c’è un elemento metodologico che vale la pena tenere presente quando li si legge: chi è un atleta masters a 60 anni? È qualcuno che ha attraversato trenta o quarant’anni di allenamento intensivo senza sviluppare le patologie che lo avrebbero fermato — niente artropatie invalidanti, niente aritmie debilitanti, niente scompenso. Ha quasi certamente un profilo genetico favorevole, uno stile di vita complessivamente molto sano, e accesso a cure preventive. Questa persona, ancora prima di iniziare a correre, era biologicamente fortunata.

Lo studio sui gemelli di Kujala e colleghi (2024), che confronta fratelli con livelli diversi di attività fisica — controllando così parte del confondimento genetico — ha mostrato che l’associazione tra esercizio e longevità si restringe sensibilmente quando si aggiusta per i fattori familiari. Non scompare, ma è meno grande di quanto gli studi osservazionali standard suggeriscano.

Questo non significa che fare sport non faccia bene. Significa che quando leggiamo “gli atleti vivono di più”, una parte di quella differenza potrebbe riflettere chi diventa atleta, non solo cosa fa l’essere atleta.

Nota metodologica. Negli studi osservazionali sugli atleti esiste anche un cosiddetto “bias del sopravvissuto”: chi ha sviluppato complicanze serie — aritmie invalidanti, scompenso, artropatie severe — ha smesso di allenarsi anni prima, e al momento dello studio non appare più nel gruppo “atleti attivi”. La mortalità apparentemente bassa degli atleti attivi è quindi, almeno in parte, una conseguenza di come il gruppo viene selezionato, non solo di come si sono allenati.

Troppo sport può fare male al cuore? Alcuni segnali da non ignorare

Parallelamente ai dati positivi, la letteratura cardiologica ha documentato negli atleti di endurance di lungo corso alcuni rilievi che hanno attirato l’attenzione della comunità scientifica.

Il più replicato riguarda la fibrillazione atriale — l’aritmia più comune, in cui gli atri del cuore battono in modo irregolare. Le meta-analisi disponibili mostrano che gli atleti di endurance maschi di lungo corso hanno un rischio di fibrillazione atriale più elevato rispetto ai controlli sedentari, con il rischio che cresce al crescere del volume cumulativo di allenamento nella vita (Kourek et al., 2024).

Lo studio Master@Heart, pubblicato sull’European Heart Journal nel 2023, ha esaminato con TAC coronarica atleti che si allenavano da tutta la vita, atleti che avevano iniziato in età adulta, e sedentari. Gli atleti “lifelong” avevano non solo più calcificazioni coronariche, ma anche più placche di tipo misto nei tratti prossimali — quelle considerate potenzialmente meno stabili (De Bosscher et al., 2023).

Anche qui vale la cautela metodologica: chi pratica sport agonistico viene sottoposto a screening cardiologici sistematici, il sedentario spesso no. Parte del gradiente potrebbe riflettere una sorveglianza medica asimmetrica. Ma il Master@Heart ha corretto almeno in parte questo problema estendendo la TAC coronarica anche ai controlli, e il segnale è rimasto.

Non c’è ancora una risposta definitiva. Gli studi di sopravvivenza a lungo termine sugli atleti non mostrano un eccesso di mortalità rispetto alla popolazione generale — e questo è rassicurante. Ma la domanda su cosa succede al cuore con decenni di allenamento intensivo è rimasta aperta, e la risposta potrebbe non essere uguale per tutti.

Cosa ci dicono gli studi sugli animali

C’è un limite strutturale degli studi sull’uomo che non si può superare: non è possibile assegnare casualmente le persone a vent’anni di allenamento intensivo e osservare cosa succede. Negli animali da laboratorio questo è invece possibile, e i risultati di questi esperimenti sollevano domande interessanti proprio perché i bias di selezione non esistono.

Un dato classico del gruppo di Holloszy: i ratti con accesso libero a ruote da corsa vivono in media il 10-15% più a lungo dei sedentari. L’esercizio moderato volontario protegge, e questo è coerente con tutto quello che sappiamo (Holloszy, 1985). Un dettaglio interessante però emerge da questo stesso filone di studi: l’esercizio volontario estende la sopravvivenza mediana, ma non la longevità massima. Solo la restrizione calorica moderata, negli stessi esperimenti, sposta anche il limite superiore.

Una domanda che gli studi animali permettono di porre

Narath, Skalicky e Viidik (2001) hanno fatto qualcosa di più sottile: hanno confrontato non solo esercizio contro sedentarietà, ma esercizio volontario contro esercizio forzato — due condizioni che negli studi sull’uomo non si riescono a distinguere. Quattro gruppi di ratti Sprague-Dawley alloggiati individualmente: wheel running volontario (RW, ruota liberamente accessibile nella gabbia), sedentari pair-weighted (PW, stesso peso finale di RW ottenuto con restrizione calorica moderata), sedentari ad libitum (S1), e tapis roulant forzato mite (TM, 20 m/min per 20 minuti, cinque giorni a settimana — circa 2.000 metri a settimana).

Il dato di volume è il primo elemento sorprendente: gli animali del gruppo volontario correvano spontaneamente molto più di quelli forzati — fino a 4.700 metri al giorno nei corridori più attivi, con medie attorno ai 2.800 m/giorno a cinque mesi che scendevano gradualmente a 800 m/giorno a ventitré mesi. Un multiplo del chilometraggio del gruppo tapis roulant. Eppure i risultati di sopravvivenza a 23 mesi andavano nella direzione opposta al volume: RW 2 morti su 32, PW 5 su 32, S1 5 su 32, TM 10 su 32. L’unica differenza statisticamente significativa era tra wheel running volontario e tapis roulant forzato (p<0,05). Vale la pena notare che entrambe le morti nel gruppo volontario erano dovute a complicanze anestesiologiche durante la misurazione finale — escludendo questo fattore accidentale, la sopravvivenza del gruppo che correva liberamente risultava significativamente migliore di tutti gli altri (p=0,021) (Narath et al., 2001).

Gli animali che correvano volontariamente la maggior quantità di chilometri avevano la migliore sopravvivenza; quelli che correvano forzatamente molto meno avevano la peggiore. Gli autori interpretano questo come segnale che la componente di stress psicofisico dell’esercizio imposto — senza possibilità di autoregolazione — aggiunge qualcosa che il semplice carico metabolico non spiega.

Sul piano cardiaco, studi successivi hanno mostrato che esercizio forzato e prolungato ad alta intensità produce fibrosi miocardica documentabile e aumentata inducibilità di aritmie nei modelli animali (Benito et al., 2011; Guasch et al., 2013). E uno studio del 2022 ha trovato che ratti obesi sottoposti a esercizio forzato mostravano telomeri cardiaci più corti e maggiore senescenza cellulare rispetto ai controlli sedentari (Behr et al., 2022) — l’opposto di quello che gli studi osservazionali sull’atleta umano suggeriscono.

Sono dati su animali, con tutti i limiti che questo comporta in termini di trasferibilità all’uomo. Ma hanno un vantaggio epistemico preciso: sono randomizzati. Le differenze osservate non possono essere spiegate dalla selezione biologica.

Conclusioni

Cosa ricaviamo da tutto questo, in particolare per chi affronta un percorso di calo di peso?

Il messaggio principale non cambia rispetto al 2018, ed è diventato più solido: iniziare a muoversi è la cosa più utile che si possa fare, e il beneficio si ottiene con dosi lievi-moderate di attività. Non servono ore di allenamento, non serve sudare in palestra, non serve trasformare l’esercizio in un secondo lavoro.

Quello che i dati più recenti aggiungono è una sfumatura: l’intensità estrema e cronica solleva domande che non hanno ancora risposte definitive, e i modelli sperimentali — quelli dove i bias di selezione non esistono — suggeriscono che la modalità con cui si fa attività fisica potrebbe contare almeno quanto il volume. Volontaria, piacevole, autoregolata sembra funzionare meglio di imposta, ossessiva, condotta senza ascolto del corpo.

Per il paziente obeso o in sovrappeso che sta iniziando una terapia farmacologica, questo si traduce in un’indicazione pratica: cercare un’attività che si riesce a fare con piacere e a mantenere nel tempo, senza porsi obiettivi da atleta. Una camminata quotidiana, il nuoto, la bicicletta a ritmo tranquillo — qualunque cosa sia sostenibile sul lungo periodo — produce benefici reali. Forzarsi oltre il proprio limite, invece, rischia di essere controproducente: per l’aderenza, prima di tutto, e forse anche per la biologia.

In sintesi: nel 2018 ci chiedevamo se troppo sport potesse fare male; i dati degli ultimi anni non danno una risposta definitiva, ma sollevano domande abbastanza serie da suggerire prudenza — e confermano che per stare bene non serve fare molto: serve fare abbastanza, con regolarità e con piacere.


Domande frequenti

Quanta attività fisica è raccomandata per chi è in sovrappeso?

Le linee guida internazionali indicano 150-300 minuti di attività moderata a settimana come obiettivo. I dati mostrano che anche la metà di queste soglie produce già benefici sostanziali. Per chi inizia da una condizione di sovrappeso o obesità, l’obiettivo più importante è passare dalla sedentarietà a qualsiasi forma di movimento regolare — anche modesta.

Fare sport aiuta a dimagrire?

L’attività fisica contribuisce al bilancio energetico, ma il suo impatto diretto sulla perdita di peso è spesso sovrastimato. Il dispendio calorico dell’esercizio è compensato, almeno in parte, da adattamenti metabolici e da un aumento dell’appetito. L’esercizio è prezioso per la salute cardiometabolica, per il mantenimento della massa muscolare durante il calo di peso e per il benessere psicologico — ma non è lo strumento principale di dimagrimento.

È meglio un’attività intensa o moderata?

Per chi inizia da una condizione di sovrappeso, l’attività moderata è generalmente preferibile: è più sicura, più facile da mantenere nel tempo, e i benefici per la salute sono già molto importanti a dosi modeste. L’intensità estrema non aggiunge benefici proporzionali dimostrati, e potrebbe portare a rischi — di infortuni, di abbandono, e forse anche di altri tipi — che per il momento la scienza sta ancora cercando di quantificare.

I corridori e gli sportivi intensi devono preoccuparsi?

I dati disponibili non dimostrano un eccesso di mortalità negli atleti masters rispetto alla popolazione generale — e questo è rassicurante. Quello che la letteratura ha documentato sono alcuni segnali biologici (calcificazioni coronariche, aritmie atriali, fibrosi miocardica) la cui rilevanza clinica a lungo termine è ancora oggetto di ricerca. Chi pratica sport intenso dovrebbe parlarne con il proprio medico, soprattutto se ha fattori di rischio cardiovascolare.

Cosa significa “esercizio piacevole” in pratica?

Significa scegliere un’attività che non si vive come una punizione. Camminare, nuotare, andare in bicicletta, ballare — qualunque movimento che sia sostenibile psicologicamente oltre che fisicamente. Gli studi sugli animali suggeriscono che l’esercizio scelto liberamente produce effetti biologici diversi da quello imposto, anche a parità di carico. Nell’uomo questo si traduce probabilmente anche in una migliore aderenza a lungo termine, che è la variabile più importante di tutte.

La fibrillazione atriale negli sportivi è pericolosa?

La fibrillazione atriale aumenta il rischio di ictus, ma negli atleti il rischio assoluto resta generalmente basso perché le comorbidità che amplificano questo rischio (ipertensione, diabete, scompenso) sono spesso assenti. Chi avverte palpitazioni, affaticamento insolito o irregolarità del polso durante l’esercizio dovrebbe comunque consultare un medico per una valutazione cardiologica.

Glossario dei termini principali

Fibrillazione atriale: aritmia cardiaca in cui le camere superiori del cuore (gli atri) si contraggono in modo irregolare e non coordinato. Non sempre dà sintomi evidenti, ma aumenta il rischio di formazione di coaguli e di ictus.

Calcificazione coronarica (CAC): deposito di calcio nelle pareti delle arterie coronariche, visibile con una TAC senza mezzo di contrasto. Indica la presenza di aterosclerosi ed è usato come marcatore di rischio cardiovascolare.

Fibrosi miocardica: sostituzione del normale tessuto muscolare cardiaco con tessuto cicatriziale. Può alterare la conduzione elettrica del cuore e favorire le aritmie.

Telomeri: sequenze di DNA alle estremità dei cromosomi. Si accorciano ad ogni divisione cellulare: telomeri più lunghi sono associati a cellule biologicamente più giovani.

Senescenza cellulare: stato in cui una cellula smette di dividersi ma non muore, accumulandosi nei tessuti e rilasciando segnali infiammatori che contribuiscono all’invecchiamento biologico.

Bias del sopravvissuto: errore sistematico che si verifica quando si studiano solo i soggetti che hanno completato un processo selettivo, ignorando chi lo ha abbandonato. Negli studi sugli atleti masters, chi ha sviluppato complicanze serie ha smesso di allenarsi anni prima e non appare più nel gruppo “atleti attivi” al momento dello studio.

VO₂max: la quantità massima di ossigeno consumabile durante uno sforzo intenso. È il principale marcatore di fitness cardiorespiratoria e uno dei predittori più forti di mortalità cardiovascolare.

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Riguardo all'autore

Gianleone Di Sacco

Nato a Pisa nel 1959. Risiede a Milano dalla nascita.

Laureato in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Milano con il massimo dei voti, specializzato, con lode, in Endocrinologia presso l'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

Membro di svariate Associazioni e Società Scientifiche, anche con incarichi istituzionali.

Da anni svolge attività clinica e di ricerca, in particolare, nel campo della terapia farmacologica dell'obesità.

Di Gianleone Di Sacco

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