Introduzione
La frase si ripete nello studio di ogni medico che si occupi di peso: “Dottore, ho fatto mille diete. Le perdo tutte. E le riprendo, sempre tutte, e di più.” Per generazioni questa esperienza è stata letta come un fallimento personale — di volontà, di disciplina, di carattere. Per generazioni i pazienti l’hanno raccontata con vergogna. E i medici hanno risposto con consigli su come mangiare meglio o muoversi di più.
Oggi, i dati degli studi scientifici hanno smontato questa lettura. Quello che il corpo fa dopo un calo ponderale non è una colpa del paziente: è una risposta biologica conservata dall’evoluzione, finalizzata a recuperare il peso perduto. Il problema è che oggi viviamo nell’abbondanza. E quella risposta — pensata per salvarci la vita durante le carestie — ci impedisce di mantenere il peso che abbiamo faticosamente raggiunto.
Ma se i cambiamenti degli stili di vita da soli, nella stragrande maggioranza dei casi, non riescono a contrastare l’interesse del corpo a recuperare il peso, allora cosa fanno i farmaci anti-obesità di nuova generazione, che la dieta non riesce a fare?
I farmaci per dimagrire non sostituiscono la dieta: la rendono sostenibile e, in più, agiscono direttamente sul benessere dell’organismo. Cosa che la dieta, da sola, non può fare.

L’obesità è una malattia cronica recidivante, non un fallimento di volontà
Cosa dicono le linee guida internazionali
Nel gennaio 2026 l’American Diabetes Association ha aggiornato i propri Standards of Care con una formulazione che merita di essere letta per intero: l’obesità è una malattia cronica recidivante, simile all’ipertensione, e tipicamente richiede la continuazione della terapia farmacologica anche dopo che gli obiettivi di peso sono stati raggiunti (American Diabetes Association, 2026).
Pochi mesi prima, nel novembre 2025, l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva pubblicato la prima linea guida globale sull’uso degli agonisti recettoriali del GLP-1 nell’obesità adulta. Il documento riconosce formalmente la patologia come chronic, relapsing disease requiring lifelong care (WHO, 2025).
Sulla stessa linea si muovono le altre principali società scientifiche internazionali. La Lancet Commission on Clinical Obesity, pubblicata nel gennaio 2025 e sottoscritta da oltre 75 organizzazioni mediche internazionali, ha proposto un nuovo paradigma diagnostico: definisce l’obesità clinica come malattia sistemica cronica direttamente causata dall’eccesso di adiposità (Rubino et al., 2025). L’American Association of Clinical Endocrinology, nel settembre 2025, ha aggiornato il proprio algoritmo introducendo il concetto di adiposity-based chronic disease, con un approccio centrato sulle complicanze più che sul solo BMI (indice di massa corporea) (Nadolsky et al., 2025). In Italia, sempre nel 2025, è stata approvata la legge nazionale di riconoscimento dell’obesità come malattia cronica.
Perché il paragone con l’ipertensione è corretto
Il paragone con l’ipertensione non è un artificio retorico, è una constatazione clinica. A nessuno verrebbe in mente di consigliare a un paziente con pressione ben controllata da un farmaco di sospenderlo perché “ormai sta bene”: tutti sappiamo che la pressione tornerebbe a salire.
Lo stesso vale per il colesterolo trattato con statine, per il diabete trattato con metformina, per ogni malattia cronica. Anche per l’obesità trattata farmacologicamente, sospendere il farmaco quando il peso è sceso significa, nella stragrande maggioranza dei casi, riprenderlo.
Perché il corpo vuole riprendersi i chili persi
Per capire perché serva un farmaco bisogna prima capire una cosa che la medicina ha messo a fuoco solo negli ultimi decenni: quando una persona perde peso con una dieta, il suo organismo non resta a guardare. Reagisce. E reagisce con un obiettivo preciso — riportare il peso al punto di partenza.
Il motivo è evolutivo. Per quasi tutta la storia della nostra specie, perdere peso ha significato una sola cosa: carestia, scarsità di cibo, pericolo per la sopravvivenza. Il corpo umano si è costruito, in milioni di anni, una serie di difese contro la perdita di peso, perché chi le aveva sopravviveva alle carestie e chi non le aveva no.
Quelle difese sono ancora tutte lì, perfettamente funzionanti. Il problema è che oggi non sanno distinguere una carestia vera da una carestia artificiale — la dieta. Per l’organismo, una restrizione calorica volontaria e una penuria di cibo imposta dall’ambiente sono esattamente la stessa cosa, e la risposta è la stessa.
Un interesse biologico, non un difetto di volontà
Il concetto chiave, quello da cui discende tutto il resto, è questo: dopo un calo ponderale l’organismo ha un vero e proprio interesse a recuperare il peso perduto. Non è un processo passivo, non è semplicemente “il metabolismo che rallenta”. È una spinta attiva, coordinata, finalizzata: il corpo lavora per riprendersi quei chilogrammi, perché dal punto di vista della sopravvivenza il grasso recuperato è una polizza di assicurazione contro la prossima carestia. Riguadagnare peso, per l’organismo, non è un effetto collaterale indesiderato: è l’obiettivo.
Questo cambia completamente il modo di leggere ciò che vivono milioni di persone. Il paziente che perde quindici chili con grande fatica e poi, mese dopo mese, li riprende quasi tutti, non ha fallito per debolezza di carattere. Sta sperimentando, sulla propria pelle, il funzionamento di un programma biologico potentissimo: difendere il peso del corpo, riportandolo dov’era e, spesso, ancora più in alto. Il recupero del peso non è il fallimento di una dieta o di una volontà — è l’espressione di quell’interesse biologico al recupero.
I meccanismi: gli ormoni della fame e della sazietà
Attraverso quali leve concrete l’organismo realizza questo interesse? Qui occorre onestà scientifica: i meccanismi fini sono ancora in corso di definizione, e il loro peso relativo è oggetto di dibattito attivo nella comunità scientifica. Quello che è solido è il principio di fondo descritto sopra; quello che segue sono finestre parziali su un quadro non ancora completo.
La prima finestra riguarda gli ormoni della fame e della sazietà. In uno studio diventato un riferimento classico, Sumithran e colleghi hanno mostrato che a oltre un anno da un calo ponderale i livelli di leptina (l’ormone della sazietà a lungo termine) restano marcatamente ridotti. Allo stesso tempo la grelina (l’ormone della fame) resta elevata, e la fame soggettiva resta più intensa di prima della dieta (Sumithran et al., 2011). Il paziente che è dimagrito continua, mesi dopo, ad avere più fame e meno sazietà: non per suggestione, ma per un assetto ormonale che spinge attivamente verso il recupero.
I meccanismi: dispendio energetico e teoria della compensazione
La seconda finestra riguarda il dispendio energetico. Lo studio di follow-up (l’osservazione prolungata dei partecipanti negli anni successivi) sui protagonisti della trasmissione The Biggest Loser ha documentato, a sei anni dal calo iniziale, un dispendio energetico a riposo più basso del previsto (Fothergill et al., 2016). Va detto con chiarezza, però, che il peso di questo meccanismo nel determinare il recupero è scientificamente dibattuto. La corrente di pensiero oggi prevalente attribuisce al versante della fame e dell’appetito un ruolo dominante rispetto a quello della riduzione del dispendio. È una distinzione con conseguenze pratiche dirette, perché è soprattutto sul versante della fame e dell’appetito che agiscono i farmaci anti-obesità di nuova generazione.
A fare da cornice interpretativa a queste osservazioni è stata proposta la teoria della compensazione (Martins et al., 2020). Secondo questa teoria il corpo, dopo un calo ponderale, non torna semplicemente alle proprie impostazioni di partenza, ma si ricalibra verso un nuovo equilibrio, attivando contemporaneamente meccanismi che difendono il peso (DeBenedictis et al., 2020); l’entità di questa risposta è inoltre proporzionata all’intensità della restrizione (Martins et al., 2022). Resta una cornice esplicativa, non una spiegazione definitiva: il livello dei meccanismi fini è aperto, quello del principio di fondo no. Ho approfondito questo tema nell’articolo “Perché si recuperano i chili persi”.
La conseguenza pratica di tutto questo è una sola, ed è il ponte verso il resto dell’articolo: l’interesse biologico al recupero non si spegne. Non si esaurisce col tempo, non si “educa”, non scompare quando il paziente ha imparato a mangiare meglio. È strutturale. E qualcosa di strutturale, che agisce in modo continuativo, può essere contrastato solo da una strategia altrettanto continuativa — esattamente come accade per l’ipertensione.
Farmaci per dimagrire e mantenimento del peso: la prova clinica
Se la biologia è il problema, la farmacologia è la soluzione che oggi abbiamo per contrastarla. La domanda diventa: quando si introducono i farmaci anti-obesità di nuova generazione, succede davvero che il peso si mantenga sul lungo periodo? La risposta è diventata progressivamente più solida negli ultimi anni, con quattro pezzi di evidenza che si rinforzano a vicenda.
La curva di SELECT a quattro anni
Lo studio SELECT è stato disegnato per valutare gli effetti cardiovascolari di semaglutide 2,4 mg in pazienti con malattia cardiovascolare preesistente, sovrappeso o obesità, e senza diabete. Ne ho parlato in dettaglio in un articolo dedicato. Quello che interessa qui è un’analisi prespecificata pubblicata su Nature Medicine nel 2024, che ha seguito 17.604 pazienti per oltre quattro anni di terapia (Ryan et al., 2024).
Il risultato è importante quanto è semplice: a 208 settimane — quattro anni di terapia continuativa — il calo medio di peso era del 10,2% nel gruppo semaglutide contro l’1,5% del placebo. Non un rimbalzo, non un recupero progressivo: un plateau stabile, mantenuto per anni. È il primo trial al mondo a documentare un mantenimento del peso così prolungato con un agonista del GLP-1, in pazienti reali con malattia cardiovascolare e senza diabete.
Va sottolineato cosa questo dato dice e cosa non dice. Dice che la terapia continuata funziona: il peso non torna su finché il farmaco viene somministrato. Non dice nulla sui benefici cardiovascolari di SELECT, che hanno una loro storia e che — come vedremo più avanti — sono in larga parte indipendenti dal calo ponderale.
SURMOUNT-4: continuare o sospendere
Lo studio SURMOUNT-4 ha guardato la stessa questione da un’altra angolatura. Seicentosettanta adulti con obesità sono stati trattati in aperto con tirzepatide (Mounjaro) alla dose massima tollerata per 36 settimane, raggiungendo un calo medio del 20,9%. A quel punto, una metà ha continuato il farmaco, l’altra metà è passata al placebo.
Cinquantadue settimane dopo, il confronto è impietoso: chi aveva continuato tirzepatide era arrivato a un calo complessivo del 25,3%; chi era passato al placebo aveva recuperato circa il 14% del peso perso (Aronne et al., 2024). Lo stesso esperimento, condotto separatamente con semaglutide nell’estensione dello studio STEP 1, ha dato un risultato analogo: chi sospende il farmaco recupera circa due terzi del peso perso entro un anno (Wilding et al., 2022).
La sospensione e il ritorno alla biologia
L’evidenza più recente è una metanalisi pubblicata su eClinicalMedicine nel dicembre 2025, che ha aggregato i dati di 18 RCT su 3.771 pazienti con almeno 12 settimane di follow-up dopo la sospensione del GLP-1 AR (Tzang et al., 2025). Il recupero medio è stato di 5,63 kg, con intervalli di confidenza stretti e con una persistenza dell’effetto anche su parametri cardiometabolici come pressione arteriosa, glicemia e profilo lipidico. È esattamente quello che ci si aspetterebbe da un farmaco che, una volta sospeso, lascia riemergere l’interesse biologico al recupero.
Strategie intermedie: dose ridotta e passaggio a un orale
Nel maggio 2026 due trial presentati al Congresso europeo dell’obesità di Istanbul hanno arricchito il quadro, mostrando che non esiste solo l’alternativa binaria fra continuare alla dose piena e sospendere. Lo studio SURMOUNT-MAINTAIN, pubblicato sul Lancet, ha confrontato tre strategie. Ridurre la dose di tirzepatide da quella massima a 5 mg permette di mantenere il 67,9% del calo ottenuto, contro il 96,5% di chi continua a dose piena e il 42,8% di chi sospende del tutto. Lo studio ATTAIN-MAINTAIN, pubblicato su Nature Medicine, ha mostrato che il passaggio da un GLP-1 AR iniettabile a un agonista orale (orforglipron, non ancora disponibile in Italia) permette di mantenere tra il 75 e l’82% del calo iniziale.
Il messaggio operativo che esce da questi dati è chiaro: la sospensione completa resta la strategia che espone di più al recupero del peso. La riduzione di dose o il passaggio a un altro farmaco della stessa classe, invece, sono opzioni cliniche legittime per chi vuole alleggerire l’intensità del trattamento senza perdere il risultato.
Più del peso: benefici che dimagrire in altro modo non garantisce
Fin qui abbiamo argomentato che i farmaci servono perché mantenere il peso senza farmaci, nella stragrande maggioranza dei casi, non è realistico. Ma c’è un secondo argomento, indipendente dal primo, che spesso non viene articolato bene nelle discussioni pubbliche. A parità — o talora a inferiorità — di calo ponderale, il farmaco fornisce un pacchetto di benefici sistemici. Sono benefici che il dimagrimento ottenuto con la sola dieta o la sola attività fisica non garantirebbe.
La chiave per leggere questo pacchetto sta in un meccanismo trasversale che attraversa la maggior parte di questi effetti: la riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado. L’obesità non è solo un eccesso di tessuto adiposo, è uno stato infiammatorio sistemico permanente che danneggia, lentamente e in silenzio, organi distanti dal grasso. Gli agonisti del GLP-1 riducono in modo documentato i marcatori di infiammazione sistemica — è un dato che ho approfondito in un articolo specifico — e questa via spiega una quota dei benefici extra-ponderali. Accanto a essa operano effetti diretti su organi specifici, che variano da bersaglio a bersaglio. L’infiammazione è il filo, non la spiegazione esclusiva.
Sistema cardiovascolare
Lo studio SELECT, già citato, ha mostrato che semaglutide riduce del 20% gli eventi cardiovascolari maggiori (infarto miocardico non fatale, ictus non fatale, morte cardiovascolare) in pazienti con malattia cardiovascolare preesistente e obesità senza diabete (Lincoff et al., 2023). Il dato importante per il nostro discorso è che la separazione delle curve di sopravvivenza inizia molto presto, entro pochi mesi dall’avvio della terapia — prima che il calo ponderale sia clinicamente significativo. Le analisi successive hanno confermato che il beneficio cardiovascolare è in larga parte indipendente dal peso perso: è un effetto diretto del farmaco sui vasi, sull’infiammazione vascolare, sulla stabilizzazione delle placche aterosclerotiche e sulla pressione arteriosa.
Rene
Sempre nell’ambito di SELECT, un’analisi prespecificata su endpoint renale composito ha mostrato un beneficio significativo del farmaco anche su questo bersaglio, in pazienti senza diabete (Colhoun et al., 2024). Anche qui, le analisi di mediazione suggeriscono che il beneficio renale è in parte indipendente dalla riduzione di peso e di pressione arteriosa: c’è una componente emodinamica intra-glomerulare e una componente anti-infiammatoria specifica del rene.
Fegato
Lo studio ESSENCE, pubblicato sul New England Journal of Medicine nell’aprile 2025, ha valutato semaglutide 2,4 mg in 1.197 pazienti con MASH (steatoepatite associata a disfunzione metabolica, l’ex-NASH) e fibrosi epatica stadio 2 o 3 (Sanyal et al., 2025). A 72 settimane, il 62,9% dei pazienti trattati ha ottenuto la risoluzione di MASH senza peggioramento di fibrosi, contro il 34,3% del placebo. Una quota inferiore ma significativa ha mostrato anche una riduzione di fibrosi senza peggioramento di MASH (36,8% vs 22,4%). Su questi dati, il 15 agosto 2025 la FDA ha approvato semaglutide come trattamento del MASH con fibrosi moderata-avanzata — la seconda terapia dopo resmetirom. Ho approfondito l’argomento in un articolo dedicato.
Scompenso cardiaco con frazione di eiezione preservata
Lo studio STEP-HFpEF ha valutato semaglutide in pazienti con scompenso cardiaco a frazione di eiezione preservata e obesità — una popolazione storicamente difficile da trattare, con poche opzioni efficaci (Kosiborod et al., 2023). I pazienti trattati hanno mostrato miglioramenti significativi nella sintomatologia (questionario Kansas City Cardiomyopathy) e nella capacità funzionale (test del cammino dei sei minuti), accanto al calo ponderale e alla riduzione dei marker infiammatori.
Apnee ostruttive del sonno
Lo studio SURMOUNT-OSA ha valutato tirzepatide in pazienti con obesità e sindrome delle apnee ostruttive del sonno di gravità moderata-severa, mostrando una riduzione significativa dell’indice apnea-ipopnea (AHI) a 52 settimane (Malhotra et al., 2024). Il meccanismo qui è prevalentemente legato alla riduzione dell’adiposità faringea e cervicale, ma con una componente plausibilmente anti-infiammatoria sulle vie aeree superiori.
Osteoartrite del ginocchio
Lo studio STEP-9 ha mostrato che semaglutide riduce significativamente i sintomi dell’osteoartrite del ginocchio (questionario WOMAC, uno strumento validato per misurare dolore, rigidità e funzione articolare) in pazienti con obesità (Bliddal et al., 2024). Il meccanismo qui è prevalentemente meccanico — meno carico sull’articolazione — ma anche in questo ambito è plausibile una componente anti-infiammatoria sinoviale.
Dipendenze e consumo di alcol
L’ultimo capitolo in ordine di tempo, e tra i più sorprendenti, riguarda i comportamenti additivi. Da anni si osservava, in modo aneddotico, che molti pazienti in terapia con GLP-1 AR riducevano spontaneamente il consumo di alcol — al punto da scrivere ai propri medici riferendolo come un effetto inatteso. Le evidenze osservazionali si sono poi accumulate: studi su grandi coorti hanno documentato una riduzione di diagnosi di disturbo da uso di alcol e di ricoveri alcol-correlati nei pazienti trattati.
Il pezzo mancante — un RCT in popolazione obesa — è arrivato a maggio 2026. Klausen e colleghi hanno pubblicato sul Lancet i risultati di un trial randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo. Sono stati arruolati 108 pazienti obesi con disturbo da uso di alcol, trattati per 26 settimane con semaglutide 2,4 mg in aggiunta a terapia cognitivo-comportamentale standard (Klausen et al., 2026). I risultati confermano la riduzione di consumo di alcol e di parametri biologici di consumo eccessivo. Un precedente RCT di fase 2 in pazienti non in cerca di trattamento per l’alcol (Hendershot et al., 2025) aveva già mostrato segnali analoghi.
Il meccanismo sotteso è coerente con il filo unificante di questa sezione: gli agonisti del GLP-1 modulano i circuiti dopaminergici del reward, riducono il valore edonico del cibo e — plausibilmente — di altre sostanze additive, e contrastano la neuroinfiammazione associata al consumo cronico. È un’area dove l’evidenza ha appena superato la soglia del clinicamente documentato, anche se l’indicazione regolatoria ancora non esiste.
Aree di ricerca aperte e dati negativi
La trasparenza scientifica impone di segnalare anche dove le aspettative non si sono concretizzate. Nel novembre 2025, Novo Nordisk ha comunicato i risultati dei trial di fase 3 EVOKE ed EVOKE+, che avevano valutato semaglutide orale in 3.808 pazienti con malattia di Alzheimer in stadio precoce. Gli studi hanno mancato l’endpoint primario di rallentamento della progressione cognitiva, e il programma di sviluppo in questa indicazione è stato chiuso. Le speranze generate da studi osservazionali precedenti su un possibile effetto protettivo dei GLP-1 AR sull’Alzheimer non sono state confermate dai trial dedicati.
Restano in studio attivo gli effetti dei GLP-1 AR sul tono dell’umore e sulla depressione. I dati osservazionali su ampie coorti suggeriscono una riduzione di ospedalizzazioni psichiatriche e di assenze lavorative per motivi di salute mentale. Il quadro è però complicato da segnali misti emersi dalla farmacovigilanza, che meritano cautela. Trial di fase 3 dedicati sono in corso, ed è prudente attendere i loro risultati prima di trarre conclusioni cliniche.
Conclusioni
L’argomento per usare i farmaci anti-obesità di nuova generazione non si regge su un singolo pilastro, ma su tre, che si rinforzano a vicenda. Il primo è biologico: dopo un calo ponderale l’organismo ha un interesse attivo a recuperare il peso perso durante la “carestia artificiale” della dieta, e questo interesse non si esaurisce nel tempo. Il secondo è clinico: i trial degli ultimi anni convergono nel mostrare che la terapia cronica è l’unica strategia che mantiene il risultato. Il terzo è sistemico: questi farmaci forniscono benefici di organo-bersaglio — cardiovascolari, renali, epatici, articolari, sulle apnee del sonno, sui comportamenti additivi — che il dimagrimento ottenuto in altro modo non garantirebbe nella stessa misura.
Questo non significa che la dieta non serva, né che l’attività fisica sia inutile. Servono entrambe, sempre, perché sono i pilastri sui quali il farmaco lavora. Significa che, in una malattia cronica e recidivante come l’obesità, lo stile di vita da solo è raramente sufficiente per un risultato duraturo. E che il farmaco è lo strumento che oggi abbiamo per rendere quello stile di vita realmente sostenibile nel lungo termine.
In sintesi: i farmaci anti-obesità di nuova generazione non sono né scorciatoie né sostituti della dieta — sono lo strumento che rende sostenibile la modifica dello stile di vita, in una malattia cronica e recidivante che richiede, come l’ipertensione, una gestione continuativa, e che in più offrono benefici sistemici documentati che il dimagrimento ottenuto in altro modo non può replicare.
Domande frequenti
I farmaci per dimagrire vanno presi per sempre?
La risposta più onesta è: per un tempo lungo, perché l’obesità è una malattia cronica e l’interesse dell’organismo a recuperare il peso non si esaurisce. Vale lo stesso principio dell’ipertensione: il trattamento dura quanto dura la malattia. Questo non significa necessariamente assumere il farmaco senza interruzioni per tutta la vita: la gestione a lungo termine può assumere forme diverse — dose piena, dose ridotta, in prospettiva forse schemi ciclici. Resta però una gestione continuativa, non un percorso che si chiude. Quello che è certo è che sospendere senza una strategia fa risalire il peso nella grande maggioranza dei casi.
Posso fare una pausa dal farmaco?
La sospensione non strutturata — semplicemente smettere — fa risalire il peso: è un dato consolidato, perché togliere il farmaco lascia riemergere l’interesse biologico al recupero. Esistono strategie meglio documentate dell’abbandono, come la riduzione di dose o il passaggio a un altro farmaco della stessa classe, che ho discusso negli articoli dedicati a SURMOUNT-MAINTAIN e ATTAIN-MAINTAIN. In linea teorica è anche ipotizzabile una terapia ciclica — periodi di trattamento alternati a pause, con ripresa quando il peso supera una soglia stabilita. È un’ipotesi biologicamente ragionevole, ma non esistono ancora studi clinici che la validino, e per questo va eventualmente discussa con il proprio medico, non improvvisata da soli.
Se il farmaco protegge il cuore anche senza dimagrire, perché si usa allora per dimagrire?
Sono due cose distinte. Il farmaco si prescrive con l’indicazione di trattare l’obesità — quindi di far perdere peso e mantenerlo. I benefici di organo-bersaglio (cuore, rene, fegato, articolazioni, apnee, comportamenti additivi) sono in parte conseguenza del calo ponderale, in parte effetti diretti del farmaco indipendenti dal peso. In altre parole: si usa per dimagrire, e in più si riceve un pacchetto di benefici sistemici che la dieta da sola non offrirebbe nella stessa misura.
Se faccio la dieta giusta, posso evitare il farmaco per dimagrire?
Si può tentare, soprattutto in stadi più precoci della malattia o con un grado minore di obesità. Ma è onesto sapere che i tassi di mantenimento del peso a lungo termine con sola dieta e attività fisica sono storicamente bassi, proprio perché l’interesse biologico al recupero non viene contrastato. È una scelta clinica da fare con il medico, valutando il quadro complessivo. Non c’è nulla di sbagliato a iniziare con interventi sullo stile di vita: c’è solo da essere preparati al fatto che, se non funzionano, il farmaco è una scelta sensata e non un fallimento.
Sono sicuri sul lungo termine?
I dati di SELECT a quattro anni di terapia con semaglutide su 17.604 pazienti sono rassicuranti: il profilo di eventi avversi gravi è risultato addirittura inferiore nel gruppo semaglutide rispetto al placebo (Ryan et al., 2024). Gli effetti collaterali più comuni — nausea, vomito, diarrea, stipsi — sono prevalentemente lievi-moderati, concentrati nelle prime settimane di titolazione, e tendono a ridursi nel tempo. Restano questioni di sorveglianza attiva su alcuni segnali (pancreatite, salute ossea, massa muscolare), che ho discusso in articoli specifici della sezione sicurezza del sito.
Glossario dei termini principali
Adattamento ormonale: insieme di modificazioni durature dei livelli di ormoni implicati nella regolazione della fame e della sazietà (leptina, grelina, peptide YY, colecistochinina) che si verificano dopo un calo ponderale e tendono a persistere nel tempo, predisponendo al recupero del peso.
Adattamento metabolico: riduzione del dispendio energetico a riposo dopo un calo ponderale, in misura maggiore di quanto previsto dalle sole variazioni di peso e composizione corporea. Il suo ruolo nel determinare il recupero del peso — distinto dalla resistenza alla perdita iniziale — è oggetto di dibattito scientifico.
Carestia artificiale: espressione usata in questo articolo per indicare la restrizione calorica volontaria (la dieta), che l’organismo non distingue da una carestia reale e a cui risponde con lo stesso programma biologico di difesa del peso.
GLP-1 AR: agonisti recettoriali del GLP-1 (glucagon-like peptide 1). Classe di farmaci che imita l’azione di un ormone intestinale naturale, stimolando il senso di sazietà, rallentando lo svuotamento gastrico e — come emerge oggi — agendo direttamente su cuore, rene, fegato e sistema nervoso centrale. Esempi sono semaglutide e tirzepatide.
Infiammazione cronica di basso grado: stato infiammatorio sistemico persistente e a bassa intensità, tipico dell’obesità, che non produce sintomi acuti ma danneggia lentamente organi a distanza dal tessuto adiposo (vasi, rene, fegato, articolazioni, cervello). È uno dei meccanismi che spiega come l’obesità sia una malattia sistemica, non solo un eccesso ponderale.
MACE: Major Adverse Cardiovascular Events, l’endpoint composito usato negli studi cardiovascolari, che include infarto miocardico non fatale, ictus non fatale e morte cardiovascolare.
Mantenimento del peso: fase della terapia anti-obesità successiva al calo ponderale iniziale, in cui l’obiettivo non è perdere ulteriore peso ma conservare quello già perso. È la fase più impegnativa della cura, ed è qui che la maggior parte degli interventi non farmacologici fallisce.
REE: Resting Energy Expenditure, il dispendio energetico a riposo. Misura quante chilocalorie il corpo consuma per le funzioni vitali in stato di riposo completo, ed è la voce principale del dispendio energetico totale giornaliero.
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