
Introduzione
«Dottore, con semaglutide o tirzepatide perderò i muscoli?» È una domanda legittima. Nei trial di dimagrimento una parte del peso perso è costituita da tessuto magro, e questo dato viene spesso trasformato in un messaggio più semplice, ma scorretto: i farmaci basati sul GLP-1 “divorerebbero” il muscolo e provocherebbero sarcopenia. Il rapporto tra semaglutide e massa muscolare — e, più in generale, tra tirzepatide e muscolo — era già stato analizzato nel precedente articolo sul rischio di perdita muscolare con semaglutide e tirzepatide; le evidenze più recenti permettono oggi una conclusione più netta.
Perché la massa magra non basta
La realtà è più complessa. La massa magra non coincide con il muscolo scheletrico; un muscolo più piccolo non è necessariamente un muscolo malato; massa, qualità e funzione possono cambiare in direzioni diverse. Per capire che cosa possa accadere nell’uomo è utile partire dagli esperimenti animali, nei quali è possibile misurare direttamente fibre, forza, proteolisi, miogenesi, infiltrazione lipidica e funzione mitocondriale.
Il quadro generale che ne emerge è più favorevole di quanto suggerisca il dibattito pubblico. Nell’adulto con obesità e riserva conservata non esiste un segnale clinico che dimostri un rischio muscolare causato dal dimagrimento farmacologico: la preclinica mostra prevalentemente un’azione protettiva e metabolicamente positiva, e gli studi umani, pur meno solidi sul piano meccanicistico, sono concordanti. La cautela necessaria negli anziani fragili con diabete non va estesa indiscriminatamente a tutta la popolazione trattata.
Ma cosa dicono realmente i dati scientifici disponibili? La domanda corretta non è soltanto «quanta massa magra si perde?», ma una sequenza di domande:
- il tessuto muscolare mostra segni di atrofia patologica o di rimodellamento adattivo?
- la forza diminuisce in modo sproporzionato rispetto al peso e alla massa?
- la qualità del muscolo, compresa l’infiltrazione adiposa, migliora o peggiora?
- la persona cammina, si alza, lavora e svolge le attività quotidiane meglio o peggio?
Solo tenendo separati questi livelli si può valutare in modo corretto il rapporto tra terapie incretiniche e salute muscolare.
Prima distinzione: massa magra, muscolo e sarcopenia non sono sinonimi
La massa magra misurata con DXA comprende muscolo scheletrico, organi, acqua, glicogeno, cute, tessuto connettivo e la componente non lipidica del tessuto adiposo. Durante un dimagrimento rapido cambiano l’idratazione, le riserve di glicogeno, il volume del fegato e di altri organi e la quantità di tessuto adiposo privo di lipidi. Una riduzione della massa magra non può quindi essere attribuita interamente alla perdita di fibre muscolari. Una cautela ancora maggiore è necessaria quando la composizione corporea viene stimata con bioimpedenziometria, come spiegato nell’articolo sui limiti della BIA durante il dimagrimento.
Anche la massa muscolare non basta a definire la salute del muscolo. Contano la forza, la qualità delle fibre, l’innervazione, la capacità energetica, la miosteatosi e la performance. Secondo il consenso europeo EWGSOP2, la bassa forza rende probabile la sarcopenia, la ridotta quantità o qualità muscolare la conferma e la bassa performance fisica ne identifica la forma severa (Cruz-Jentoft et al., 2019). La sola diminuzione della massa magra alla DXA non dimostra quindi sarcopenia.
Nell’obesità il muscolo è sottoposto a un carico meccanico elevato e può diventare voluminoso senza essere sano: può essere infiltrato di grasso, insulino-resistente, infiammato e metabolicamente inefficiente. Quando il peso corporeo diminuisce, una parte dell’ipertrofia da sovraccarico può regredire. Questa regressione può essere fisiologica, ma non deve essere assunta come tale senza valutare la funzione.
La questione clinica non è stabilire se il muscolo diventi più piccolo, ma se diventi sproporzionatamente debole, metabolicamente peggiore o incapace di sostenere l’autonomia della persona.
Semaglutide e massa muscolare: che cosa mostrano i modelli animali
Obesità indotta dalla dieta e miosteatosi
Nei topi resi obesi con una dieta ad alto contenuto di grassi, semaglutide e liraglutide hanno prodotto un quadro prevalentemente favorevole. Con semaglutide sono stati osservati una riduzione del peso e del grasso intramuscolare, un aumento della sintesi proteica e una migliore proporzione del muscolo rispetto al peso corporeo (Ren et al., 2022). È stato inoltre documentato un recupero dell’area delle fibre, la riduzione di Atrogin-1 e MuRF-1, l’aumento di MyoD, miogenina e GLUT4 e un miglioramento dell’insulino-resistenza, con il coinvolgimento della via SIRT1 (Xiang et al., 2023).
Questi dati suggeriscono che, almeno nel topo con obesità e lipotossicità, la terapia non produce semplicemente un muscolo più piccolo. Riduce l’infiltrazione adiposa e attenua segnali associati alla proteolisi, mentre favorisce la differenziazione miogenica e la competenza metabolica.
I risultati non devono però essere trasferiti automaticamente all’uomo. Il peso relativo del muscolo può aumentare anche perché il grasso diminuisce più rapidamente; le linee cellulari C2C12 sono murine; dosi, durata e velocità del calo ponderale non coincidono necessariamente con la pratica clinica.
Modelli di vera atrofia muscolare
Un secondo gruppo di esperimenti è particolarmente informativo perché non studia soltanto l’obesità, ma condizioni nelle quali esiste una vera spinta catabolica.
Nel modello di atrofia da desametasone, exendin-4 ha ridotto miostatina e fattori atroginici e ha favorito Akt-mTOR e i segnali miogenici (Hong et al., 2019). Nei roditori con atrofia, liraglutide ha migliorato la massa e l’architettura delle fibre (Gurjar et al., 2020). Nell’immobilizzazione, dulaglutide ha limitato la riduzione dell’area delle fibre, l’apoptosi e la perdita di forza; il disegno pair-fed ha contribuito a separare l’effetto farmacologico dalla sola riduzione dell’introito alimentare (Nguyen et al., 2020).
Effetti protettivi sono stati descritti anche nel topo anziano, nel topo db/db con diabete e in modelli di epatopatia cronica. Dulaglutide ha attenuato infiammazione e deficit miogenico (Khin et al., 2021; Deng et al., 2023); semaglutide ha preservato il psoas e la forza di presa nel topo diabetico con malattia epatica, riducendo proteolisi e stress ossidativo e favorendo mTOR, miogenesi e biogenesi mitocondriale (Iwai et al., 2023).
Questi modelli non sostengono l’ipotesi di una tossicità muscolare generalizzata degli agonisti recettoriali del GLP-1 (GLP-1 AR). Al contrario, descrivono spesso un’azione antiatrofica. Rimane però un limite importante: un effetto in un modello di immobilizzazione, diabete o trattamento con glucocorticoidi non dimostra che lo stesso meccanismo operi nell’adulto con obesità trattato per perdere peso.
Rimodellamento mitocondriale
Nel topo con obesità, semaglutide ha aumentato l’efficienza della fosforilazione ossidativa nelle fibre permeabilizzate: per una determinata quantità di ossigeno il muscolo produceva ATP in modo più efficiente (Choi et al., 2025). Studi cellulari più recenti hanno inoltre mostrato adattamenti mitocondriali differenti con semaglutide, tirzepatide e cagrilintide, indicando che le terapie basate sul GLP-1 non sono necessariamente intercambiabili sul piano muscolare.
Questi risultati sono biologicamente plausibili e contribuiscono a spiegare perché una modesta riduzione di volume possa non tradursi in perdita funzionale. Non autorizzano, tuttavia, ad affermare che il muscolo umano trattato con semaglutide o tirzepatide sia già stato dimostrato come “più efficiente”: la prova diretta rimane prevalentemente animale o cellulare.
Il confronto decisivo con la restrizione calorica
Lo studio traslazionale di Langer è il ponte sperimentale più completo disponibile: comprende quattro esperimenti preclinici e un piccolo studio umano (Langer et al., 2026). Nei topi con obesità, diversi farmaci basati sul GLP-1 hanno ridotto soprattutto il grasso e prodotto una diminuzione più modesta della massa muscolare assoluta. La massa e la forza relative al peso miglioravano e la performance di corsa aumentava.
A parità di calo ponderale, il proteoma muscolare degli animali trattati farmacologicamente non coincideva con quello dei topi sottoposti alla sola restrizione calorica. Nel muscolo attivo aumentavano proteine associate alla funzione mitocondriale e al rimodellamento, mentre questo segnale non compariva nello stesso modo nel muscolo immobilizzato. Il risultato suggerisce che l’attività contrattile possa essere una condizione permissiva per l’adattamento favorevole; non dimostra ancora una sinergia clinica tra farmaco ed esercizio.
Nel piccolo studio umano associato, dieci adulti con obesità sono stati seguiti per dodici settimane. La dimensione del muscolo della coscia diminuiva modestamente, mentre la forza di presa e di estensione del ginocchio non peggiorava. È un risultato rassicurante e coerente con gli esperimenti animali, ma resta un proof-of-concept troppo piccolo e breve per conclusioni definitive.
Il risultato discordante di Karasawa
Una lettura equilibrata deve includere i risultati meno favorevoli. In topi maschi con obesità da dieta, semaglutide riduceva il peso corporeo del 19–26%, la massa grassa del 43–52% e la massa magra del 9–14% (Karasawa et al., 2025). Dopo una settimana, la forza ex vivo dell’extensor digitorum longus si riduceva di circa il 20% in modo sproporzionato rispetto alla massa. L’effetto non compariva nel soleo ed era transitorio alla dose più vicina all’esposizione terapeutica, mentre persisteva a una dose dieci volte maggiore.
I valori finali non scendevano al di sotto di quelli dei topi magri e non emergeva un’atrofia generalizzata delle fibre. Lo studio non dimostra quindi una miotossicità diffusa, ma impedisce di considerare la preclinica uniformemente favorevole. Mostra soprattutto che muscoli diversi possono rispondere in modo diverso e che massa e forza possono dissociarsi anche nel modello animale.
Dall’animale all’uomo: il problema del meccanismo
Nei roditori e nelle cellule C2C12 sono stati descritti effetti compatibili con l’attivazione di GLP-1R, cAMP, PKA, Akt, AMPK e SIRT1. Nel muscolo scheletrico umano, invece, la presenza di un recettore GLP-1 funzionalmente rilevante non è stata dimostrata in modo convincente e riproducibile. Non è quindi prudente trasferire direttamente all’uomo la biologia recettoriale osservata nel topo. I meccanismi generali di queste terapie sono descritti nell’approfondimento su come funzionano i GLP-1 AR e la tirzepatide.
Gli effetti umani possono essere prevalentemente indiretti:
- riduzione del grasso viscerale e della miosteatosi, con minore lipotossicità;
- miglioramento della sensibilità insulinica e dell’utilizzazione del glucosio;
- riduzione dell’infiammazione sistemica;
- miglioramento di epatopatia, scompenso cardiaco e altre condizioni cataboliche;
- riduzione del carico meccanico e del costo energetico del movimento;
- maggiore possibilità di camminare e svolgere attività fisica.
Per tirzepatide deve inoltre essere considerata l’attivazione del recettore GIP: descriverla come un semplice GLP-1 AR è biologicamente riduttivo (Hammoud & Drucker, 2023).
Da questa cornice derivano predizioni verificabili nell’uomo. Se il rimodellamento è prevalentemente adattivo, ci si aspetta che il volume muscolare diminuisca meno del grasso, che la miosteatosi non peggiori e che forza e autonomia rimangano stabili o migliorino. Se esiste invece un danno muscolare clinicamente importante, dovrebbero comparire una perdita sproporzionata di forza, un deterioramento della performance e un aumento della disabilità (Tinsley & Heymsfield, 2024).
Semaglutide e massa muscolare negli studi sull’uomo
Il volume muscolare diminuisce, ma spesso in proporzione alla corporatura
La risonanza magnetica distingue il muscolo dagli altri tessuti meglio della DXA. Linge, Birkenfeld e Neeland hanno proposto il muscle volume z-score, che confronta il volume osservato con quello atteso per sesso, altezza e peso sulla base della UK Biobank (Linge et al., 2024).
Nelle analisi con liraglutide e tirzepatide il volume muscolare assoluto diminuiva durante il dimagrimento, ma in larga parte seguiva la riduzione della corporatura. Con liraglutide e con dosi intermedie di tirzepatide lo z-score rimaneva sostanzialmente stabile; con tirzepatide 15 mg si osservava una modesta deviazione, circa −0,30 deviazioni standard, rispetto al volume atteso.
Questi dati sono compatibili con una regressione dell’ipertrofia da sovraccarico, non con una perdita muscolare patologica generalizzata. Non dimostrano però che ogni riduzione di volume sia innocua, soprattutto nei pazienti che partono da una bassa riserva muscolare.
Qualità muscolare e miosteatosi
Il dato umano più solido sulla qualità muscolare riguarda liraglutide. In un’analisi prespecificata di un trial randomizzato in adulti con sovrappeso o obesità, è stata osservata una riduzione dell’infiltrazione adiposa nella coscia anteriore rispetto al placebo (Pandey et al., 2024). Il volume muscolare assoluto diminuiva, ma la composizione del muscolo migliorava.
Questo risultato supporta l’ipotesi preclinica secondo cui un muscolo meno voluminoso può essere meno infiltrato e metabolicamente più sano. Va però attribuito alla molecola e alla popolazione studiate. Non è corretto trasformarlo automaticamente in una dimostrazione di miglioramento della miosteatosi con semaglutide, tirzepatide o con l’intera classe.
SEMALEAN: forza e metabolismo migliorano mentre la massa magra si stabilizza
SEMALEAN ha valutato 106 adulti con obesità di grado 3 (BMI medio 46,3 kg/m²) trattati con semaglutide 2,4 mg per dodici mesi, in una coorte real-world senza gruppo di controllo (Alissou et al., 2026). Il peso è diminuito del 9,8% a sette mesi e del 12,7% a dodici mesi; la massa grassa del 14,3% e del 18,9% negli stessi tempi. La massa magra si è ridotta di 3 kg nei primi sette mesi e poi si è stabilizzata; è calata anche la massa muscolare appendicolare, mentre la quota di massa magra sul peso totale è aumentata. I risultati completi sono discussi anche nell’approfondimento dedicato allo studio SEMALEAN.
La forza di presa è aumentata rispetto al basale (+3,7 kg a sette mesi e +4,1 kg a dodici mesi) e la prevalenza di obesità sarcopenica è passata dal 49% al 33%. Il risultato è rassicurante, perché una diminuzione quantitativa della massa magra non si è accompagnata a un peggioramento della forza. Lo studio, tuttavia, non aveva un gruppo di controllo: non è possibile separare l’effetto farmacologico dall’apprendimento del test, dal miglioramento generale associato al dimagrimento, da variazioni dell’attività fisica o dalla selezione dei partecipanti che hanno completato il follow-up.
Il dispendio energetico a riposo
Un secondo risultato, meno discusso ma biologicamente importante, riguarda il dispendio energetico a riposo. Il REE è sceso di 244 kcal/die nei primi sette mesi, come atteso durante un calo ponderale, per poi risalire di 140 kcal/die tra il settimo e il dodicesimo mese, mentre la massa magra si stabilizzava. Nello stesso periodo il REE normalizzato per la massa magra è aumentato da 33,48 a 36,14 kcal/kg/die (p<0,05). Il compartimento magro residuo risultava quindi associato a un maggiore consumo energetico per unità di massa.
La calorimetria indiretta non localizza il consumo in uno specifico tessuto e non permette di attribuire con certezza tutto l’aumento al muscolo. Il muscolo costituisce però la componente quantitativamente principale e metabolicamente modulabile della massa magra: la risalita del REE mentre la massa magra si stabilizza, associata all’aumento della forza, è difficilmente compatibile con un compartimento muscolare semplicemente impoverito e meno attivo. Letto insieme ai dati animali su miosteatosi, utilizzazione dei substrati e mitocondri, il risultato è coerente con un rimodellamento muscolare metabolicamente favorevole. L’assenza del gruppo di controllo impedisce di dimostrare la causalità, ma la convergenza interna di composizione corporea, forza e metabolismo va nella stessa direzione della preclinica.
SLIM LIVER e STEP-HFpEF: funzione globale, non muscolo isolato
Nello studio open-label SLIM LIVER, condotto in persone con HIV e malattia epatica steatosica metabolica, il volume del psoas diminuiva durante 24 settimane di semaglutide (Ditzenberger et al., 2025). Le misure funzionali globali non peggioravano e la prevalenza di cammino lento passava dal 63% al 46%. Anche questo dato è rassicurante, ma l’assenza di un controllo e la complessità clinica della popolazione impediscono di attribuire il cambiamento a un effetto diretto sul muscolo.
Nel trial randomizzato STEP-HFpEF, semaglutide migliorava il cammino dei sei minuti di 20,3 metri rispetto al placebo in pazienti con obesità e scompenso cardiaco a frazione di eiezione preservata (Kosiborod et al., 2023). È un beneficio clinico importante. Il test, però, dipende da dispnea, congestione, dolore, massa corporea, fitness cardiopolmonare, motivazione e funzione articolare. Non misura isolatamente la forza o la qualità del muscolo.
Questi studi permettono di concludere che non emerge un danno funzionale globale clinicamente evidente. Non dimostrano che semaglutide aumenti direttamente la forza muscolare.
CagriSema e tirzepatide: dati funzionali ancora insufficienti
Nel sottostudio congressuale di REDEFINE-1, il calo ponderale con CagriSema era composto prevalentemente da massa grassa (Ravussin et al., 2026). La prestazione oggettiva al test della sedia rimaneva stabile e non risultava superiore al placebo, mentre miglioravano alcuni indici di funzione fisica riferiti dai pazienti. Il risultato è preliminare, non ancora pubblicato in forma definitiva su rivista peer-reviewed, e non consente di attribuire il beneficio alla conservazione del muscolo.
Per tirzepatide sono disponibili dati di composizione corporea e volume muscolare, ma gli endpoint funzionali muscolo-specifici sono ancora limitati. Non esiste un confronto testa a testa con semaglutide progettato per stabilire quale molecola preservi meglio forza e performance. La conclusione corretta è quindi che non sappiamo se esistano differenze funzionali, non che siano state escluse.
Dove è necessaria maggiore cautela: anziani fragili con diabete
Una riduzione dimensionale ben tollerata da una persona di mezza età con obesità grave può avere un significato diverso in un anziano con diabete, neuropatia, bassa forza, cadute o ridotta massa muscolare al basale.
In una coorte di 141 uomini anziani con diabete di tipo 2 — 68 trattati con semaglutide e 73 con sitagliptin, seguiti per un anno — nel gruppo semaglutide diminuivano forza di presa, velocità del cammino, indice di massa muscolare appendicolare e punteggio SPPB; aumentavano inoltre CAF22 e NfL, biomarcatori associati rispettivamente alla giunzione neuromuscolare e al danno assonale (Qaisar et al., 2026).
Il segnale merita attenzione, ma lo studio era una coorte e non un trial randomizzato. CAF22 e NfL sono biomarcatori associativi: non costituiscono una dimostrazione anatomica di degenerazione della giunzione neuromuscolare causata dal farmaco. Differenze cliniche tra i gruppi, indicazione al trattamento e altri confondenti possono avere influenzato i risultati.
Un’analisi retrospettiva di 24 mesi in adulti anziani con diabete ha inoltre segnalato un’accelerazione della sarcopenia soprattutto dopo il primo anno (Ren et al., 2025). Anche in questo caso la natura osservazionale impedisce di dimostrare la causalità.
Questi studi non giustificano la sospensione automatica della terapia negli anziani. Indicano che, nei pazienti con riserva ridotta, non basta monitorare il peso. È ragionevole valutare prima e durante il trattamento:
- forza di presa;
- alzata dalla sedia;
- velocità del cammino;
- cadute e autonomia quotidiana;
- apporto energetico e proteico;
- perdita di peso troppo rapida o soppressione eccessiva dell’appetito.
La dose e la velocità di titolazione devono essere individualizzate sulla risposta clinica e sulla tollerabilità complessiva, non sulla presunzione che la dose massima sia sempre necessaria o sempre pericolosa.
I farmaci che preservano la massa muscolare
Anticorpi diretti contro miostatina, activina o i loro recettori possono ridurre la perdita di massa magra durante il dimagrimento. Bimagrumab blocca i recettori dell’activina di tipo II; apitegromab e trevogrumab modulano la via della miostatina. Questi farmaci sono sperimentali e non fanno parte della pratica clinica dell’obesità.
Nel trial BELIEVE, la combinazione di bimagrumab e semaglutide ha prodotto un calo ponderale attribuibile per oltre il 90% alla massa grassa e ha limitato la perdita di massa magra rispetto a semaglutide da sola (Heymsfield et al., 2026). Gli endpoint funzionali erano esplorativi: la forza di presa migliorava rispetto al placebo soltanto in uno dei gruppi di combinazione e le differenze non dimostravano una superiorità funzionale riproducibile.
Nel trial EMBRAZE, apitegromab aggiunto a tirzepatide ha preservato circa 1,9 kg di massa magra rispetto al placebo (p=0,001), a parità di calo ponderale: era l’endpoint primario di uno studio proof-of-concept di fase 2, valutato con intervallo di confidenza all’80% (Pratley et al., 2026). COURAGE ha prodotto segnali analoghi con trevogrumab, ma i dati completi peer-reviewed rimangono limitati (Mosenzon et al., 2025).
La lezione di RESILIENT
RESILIENT ha studiato bimagrumab in 251 pazienti con miosite sporadica a corpi inclusi (Hanna et al., 2019). Il farmaco aumentava la massa magra, ma non migliorava rispetto al placebo il cammino dei sei minuti, la forza del quadricipite o le cadute. La popolazione è molto diversa da quella con obesità e non può essere usata per prevedere direttamente l’esito dei nuovi trial. Dimostra però un principio generale: aumentare la massa non garantisce automaticamente più forza, autonomia o qualità di vita.
I nuovi farmaci provano che è possibile modificare la composizione del calo ponderale. Non provano che la perdita di massa osservata con semaglutide o tirzepatide rappresenti necessariamente un danno clinico da correggere.
Diete iperproteiche: non sono dimostrate né la necessità né l’efficacia
Alla paura della perdita muscolare viene spesso associata una prescrizione automatica: aumentare molto le proteine o assumere integratori durante la terapia. Questa raccomandazione non dispone, al momento, di una prova diretta. Non esistono trial randomizzati nei pazienti trattati con semaglutide, tirzepatide o altri farmaci basati sul GLP-1 che dimostrino che una dieta iperproteica sia necessaria; non esistono neppure trial che ne dimostrino l’efficacia nel prevenire una perdita di forza, funzione o muscolo clinicamente rilevante.
Un documento congiunto di quattro società scientifiche — American College of Lifestyle Medicine, American Society for Nutrition, Obesity Medicine Association e The Obesity Society — raccomanda, durante la terapia con GLP-1 AR, un apporto proteico adeguato e l’esercizio contro resistenza, e colloca la potenziale perdita di massa muscolare e ossea tra le criticità da presidiare (Mozaffarian et al., 2025). Questa indicazione è compatibile con quanto sostenuto qui: il punto in discussione non è l’apporto proteico adeguato, che va garantito, ma la dieta iperproteica prescritta come antidoto obbligatorio al farmaco, che resta priva di prove. Il tema dell’osso è esaminato separatamente nell’articolo su semaglutide, tirzepatide e salute ossea.
L’assenza di queste prove è coerente con il quadro generale: nell’adulto con obesità e riserva conservata non è stato dimostrato un danno muscolare che richieda di essere compensato sistematicamente aumentando le proteine. Le proteine non sono irrilevanti, ma occorre distinguere un apporto adeguato da una dieta iperproteica applicata a tutti come regola.
Apporto adeguato non significa dieta iperproteica
L’apporto deve essere individualizzato considerando età, peso di riferimento, funzione renale, attività fisica, qualità della dieta, velocità del dimagrimento e riduzione dell’appetito. In molti pazienti l’alimentazione ordinaria è sufficiente; in altri, nausea, sazietà precoce o restrizione calorica marcata possono rendere utile un supporto nutrizionale o, occasionalmente, un’integrazione. Si tratta di correggere un’insufficienza documentata o probabile, non di applicare a tutti un regime iperproteico.
Lo studio di Smith, condotto in donne postmenopausali con obesità non trattate con GLP-1, non risponde direttamente alla domanda, ma invita a non presumere che “più proteine” significhi automaticamente un risultato metabolico migliore: 1,2 g/kg limitavano modestamente la perdita di massa magra, ma attenuavano il miglioramento della sensibilità insulinica osservato con 0,8 g/kg (Smith et al., 2016). Il dato non dimostra che un apporto più elevato sia sempre sfavorevole; mostra però che preservare qualche etto di massa magra non equivale necessariamente a produrre un beneficio metabolico.
La scelta alimentare deve quindi basarsi sulla qualità complessiva, sulla sostenibilità e sulle esigenze cliniche individuali, non sulla paura di una sarcopenia farmacologica non dimostrata. Questo principio è coerente con quanto discusso negli articoli su quale sia la dieta migliore per dimagrire e su benefici e rischi delle diete iperproteiche.
L’esercizio contro resistenza ha una base più solida
L’esercizio contro resistenza dispone di una base fisiologica e clinica più solida rispetto alla prescrizione indiscriminata di proteine. Due o tre sessioni settimanali possono essere un obiettivo ragionevole per molte persone, ma il programma deve essere progressivo e adattato a età, fragilità, cardiopatia, dolore articolare e capacità iniziale. Esercizi con il peso corporeo, bande elastiche o macchine possono essere equivalenti se producono uno stimolo adeguato e sostenibile. Non sono invece necessari volumi estremi di allenamento, come spiegato nell’approfondimento su benefici e rischi dell’eccesso di attività fisica.
La combinazione più razionale non è quindi “farmaco più proteine a ogni costo”, ma terapia farmacologica, alimentazione nutrizionalmente adeguata, esercizio contro resistenza e monitoraggio della funzione nei soggetti a rischio.
Conclusioni
I dati disponibili non dimostrano che dimagrire con semaglutide, tirzepatide o altre terapie basate sul GLP-1 sia rischioso per il muscolo nell’adulto con obesità e riserva conservata. La diminuzione della massa magra o del volume muscolare è reale, ma segue in larga parte la riduzione della corporatura e non si accompagna a una perdita coerente e sproporzionata di forza, performance o autonomia.
La preclinica va oltre l’assenza di danno. Nella grande maggioranza dei modelli, questi farmaci riducono miosteatosi, infiammazione e proteolisi e favoriscono miogenesi, sensibilità insulinica e rimodellamento mitocondriale. Il lavoro di Langer mostra inoltre che l’adattamento muscolare farmacologico non è una semplice copia della restrizione calorica. Il segnale limitato di Karasawa invita a studiare dose, durata e specificità dei diversi muscoli, ma non modifica il bilancio complessivamente positivo.
Dalla preclinica agli studi nell’uomo
Gli studi nell’uomo sono meno conclusivi sul meccanismo, ma indicano la stessa direzione: il grasso diminuisce più del tessuto magro, la miosteatosi si riduce, la forza e la performance si mantengono o migliorano e SEMALEAN mostra anche un recupero del dispendio energetico a riposo, con aumento del consumo per unità di massa magra. Presi insieme, questi risultati sono più compatibili con un muscolo rimodellato e metabolicamente più competente che con un muscolo danneggiato dal farmaco.
I segnali clinici sfavorevoli disponibili provengono soprattutto da studi osservazionali condotti in anziani con diabete e ridotta riserva muscolare. È una popolazione nella quale composizione corporea, forza, cammino, alimentazione e velocità del calo ponderale devono essere monitorati. Queste associazioni non dimostrano che il farmaco sia la causa del deterioramento, e la cautela specifica non deve essere trasformata in un allarme generale né imporre una dieta iperproteica come antidoto obbligatorio: va garantito un apporto adeguato e individualizzato, mentre l’integrazione ha senso quando corregge un’insufficienza, non come componente sistematica della terapia.
In sintesi: fuori dalla popolazione anziana fragile e metabolicamente vulnerabile, nessun dato dimostra un rischio muscolare del dimagrimento con questi farmaci; le evidenze disponibili, dalla preclinica ai segnali concordanti nell’uomo, indicano piuttosto un effetto muscolare favorevole, e non giustificano una dieta iperproteica prescritta come regola.
Domande frequenti
Se la DXA mostra una diminuzione della massa magra, devo preoccuparmi?
Non automaticamente. La massa magra comprende acqua, organi, tessuto connettivo e altre componenti non muscolari. Il dato va interpretato insieme a forza di presa, test della sedia, velocità del cammino, attività quotidiane e, quando indicato, misure più dirette del muscolo. Una riduzione proporzionata al calo ponderale con funzione stabile è compatibile con un adattamento favorevole.
Semaglutide e tirzepatide migliorano il muscolo?
Nei modelli animali l’azione positiva è sostenuta da numerosi risultati: minore miosteatosi, infiammazione e proteolisi e maggiore miogenesi e competenza metabolica. Nell’uomo non è ancora dimostrato con certezza un effetto diretto sul muscolo, ma qualità muscolare, forza, performance e dispendio energetico normalizzato indicano una direzione concordante. Non esistono invece dati che mostrino un rischio muscolare generalizzato negli adulti con obesità e riserva funzionale conservata.
Il rischio è diverso con tirzepatide?
Non disponiamo di un confronto diretto con endpoint muscolari funzionali adeguati. Tirzepatide produce generalmente un calo ponderale maggiore e alla dose massima è stata osservata una modesta riduzione del volume muscolare rispetto a quello atteso per la nuova corporatura. Non sappiamo se questo si traduca in una differenza clinica rispetto a semaglutide.
Devo seguire una dieta iperproteica o assumere integratori?
Non automaticamente. Non vi sono dati che dimostrino che una dieta iperproteica sia necessaria durante la terapia, né che sia efficace nel prevenire una perdita muscolare o funzionale clinicamente significativa. È invece importante evitare un apporto insufficiente, soprattutto quando l’appetito è molto ridotto. L’eventuale integrazione deve correggere una necessità individuale, non essere prescritta come componente obbligatoria di semaglutide o tirzepatide.
Quanto esercizio di forza è necessario?
Per molte persone sono ragionevoli due o tre sessioni settimanali, iniziando con carichi compatibili con la capacità individuale. Negli anziani, nei pazienti fragili o con cardiopatia e artrosi il programma deve essere adattato e, quando necessario, supervisionato.
Sono anziano e diabetico: devo rinunciare alla terapia?
No. I benefici metabolici, cardiovascolari e renali possono essere importanti. È però opportuno valutare la riserva muscolare al basale e monitorare forza, cammino, cadute, autonomia e adeguatezza dell’alimentazione. L’indicazione, la titolazione e gli obiettivi di peso devono essere personalizzati.
I nuovi farmaci “muscle-sparing” sono già utilizzabili?
No. Bimagrumab, apitegromab e trevogrumab sono sperimentali nel contesto dell’obesità. Possono preservare o aumentare la massa magra, ma non hanno ancora dimostrato in modo solido e riproducibile una superiorità funzionale rispetto alla sola terapia incretinica.
Glossario dei termini principali
DXA: tecnica radiologica che stima massa grassa, tessuto molle magro e contenuto minerale osseo. La massa magra misurata non coincide con il solo muscolo scheletrico.
Forza di presa: forza massimale della mano misurata con dinamometro. È un indicatore utile, ma può essere influenzato da tecnica, apprendimento, dolore e motivazione.
Massa muscolare appendicolare: stima della massa magra degli arti, usata nella valutazione della sarcopenia. Rimane un proxy e non misura direttamente la funzione contrattile.
Miosteatosi: accumulo di grasso tra e dentro le fibre muscolari. È associata a peggiore qualità muscolare e prognosi sfavorevole in diverse condizioni.
CAF22: frammento dell’agrina utilizzato come biomarcatore circolante associato ad alterazioni della giunzione neuromuscolare. Non è una misurazione anatomica diretta della sinapsi.
NfL: catena leggera del neurofilamento, biomarcatore sensibile ma non specifico di danno assonale.
Miostatina–activina: sistema di segnali che limita la crescita muscolare e che rappresenta il bersaglio di alcuni farmaci sperimentali muscle-sparing.
Bibliografia
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