GLP-1 e dipendenze: semaglutide e tirzepatide funzionano davvero?

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Sintesi. Il rapporto tra GLP-1 e dipendenze è passato dagli aneddoti alle prime prove controllate: nel 2026 un trial randomizzato pubblicato sul Lancet ha mostrato che la semaglutide riduce le giornate di bere intenso nel disturbo da uso di alcol associato a obesità. Il segnale, però, non è uniforme — è più consistente, ma ancora da confermare, per l’alcol; non conclusivo per la nicotina; soltanto osservazionale per oppioidi e cannabis; ancora ipotetico per le dipendenze comportamentali. Nessun farmaco incretinico è oggi approvato per le dipendenze: l’uso in questo ambito resta off-label e di competenza del medico.

Introduzione

Molti pazienti in terapia con semaglutide e tirzepatide raccontano un effetto che non si aspettavano. Non si è ridotto solo il pensiero del cibo. Si è ridotta anche la voglia della sigaretta, del bicchiere della sera e, a volte, la spinta a comprare o a giocare. Questi racconti hanno spostato l’attenzione su una domanda nuova: il legame tra GLP-1 e dipendenze è reale, e questi farmaci possono diventare una cura per le dipendenze vere e proprie?

La domanda è seria perché tocca un bisogno clinico enorme. Il disturbo da uso di alcol dispone di pochi farmaci approvati, con un’efficacia complessivamente limitata e un impiego ancora insufficiente nella pratica. Se gli agonisti del GLP-1 agissero davvero su meccanismi condivisi da più dipendenze, il loro impatto andrebbe ben oltre l’obesità.

Ma cosa dicono realmente gli studi scientifici disponibili?

Un farmaco nato per il peso che riduce anche il bere: se il segnale regge, il bersaglio non è il grasso, è il circuito della ricompensa.

GLP-1 e dipendenze: perché un farmaco per il peso agisce sulla ricompensa

Il razionale nasce dalla neurobiologia. I recettori del GLP-1 (glucagon-like peptide-1, un ormone intestinale che regola glicemia e sazietà) non si trovano solo nel pancreas e nell’intestino. Il sistema GLP-1 coinvolge anche aree cerebrali del sistema della ricompensa — area ventrotegmentale, nucleo accumbens, amigdala — che contribuiscono al desiderio e alla salienza degli stimoli gratificanti, cibo compreso. Il meccanismo centrale dei farmaci è approfondito nell’articolo su come funzionano i GLP-1 AR e la tirzepatide.

La psichiatria contemporanea legge le dipendenze come disfunzioni di reti cerebrali della ricompensa, della motivazione e del controllo, più che come proprietà chimiche della singola sostanza. Sostanze e comportamenti diversi coinvolgono circuiti in parte sovrapposti, pur senza essere fenomeni identici. Su questa cornice si innesta l’ipotesi che rende plausibile il legame tra GLP-1 AR e dipendenze: modulare la ricompensa potrebbe attenuare desideri rivolti a oggetti diversi. Chi volesse approfondire la versione cognitiva del fenomeno, il rumore mentale sul cibo, può leggere l’articolo dedicato al Food noise e GLP-1: una sola macchina cerebrale, oggetti diversi.

Sul versante sperimentale, il modello animale offre un supporto meccanicistico. In uno studio preclinico la semaglutide ha ridotto in modo dose-dipendente il bere di tipo binge nei roditori, modulando la neurotrasmissione GABA nell’amigdala centrale — un substrato coinvolto nella ricaduta alcolica (Chuong et al., 2023). Dal ratto all’uomo, però, il salto è grande, e serviva la prova clinica.

GLP-1 e dipendenze: l’alcol è il caso più solido

L’evidenza migliore riguarda l’alcol, e nel 2026 ha cambiato passo.

L’RCT del 2026 sul Lancet

Un trial randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo ha arruolato 108 adulti con disturbo da uso di alcol da moderato a severo e obesità concomitante (Klausen et al., 2026). Tutti hanno ricevuto terapia cognitivo-comportamentale; metà anche semaglutide, titolata fino a 2,4 mg a settimana, per 26 settimane. Al basale i partecipanti riferivano in media 17,2 giornate di bere intenso negli ultimi 30 giorni, e l’85% aveva un disturbo severo.

Le giornate di bere intenso (heavy drinking days) si sono ridotte di 41,1 punti percentuali con semaglutide contro 26,4 con placebo, con una differenza tra i gruppi di 13,7 punti percentuali (p=0,0015). Per ottenere in un paziente una riduzione di almeno due livelli nella scala di rischio alcol-correlato dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il numero necessario da trattare (NNT) è risultato 4,3. È un dato clinicamente interessante, ma non va confrontato direttamente con gli NNT dei farmaci approvati per l’alcol, calcolati in studi con esiti, popolazioni e durate differenti. È il primo studio randomizzato sulla semaglutide in pazienti che cercano un trattamento per l’alcol, e rappresenta la prova più convincente finora disponibile sul rapporto tra GLP-1 e dipendenze.

I dati che lo precedono

Il trial del Lancet non arriva isolato. Un RCT di fase 2 aveva già mostrato, in 48 adulti con disturbo da uso di alcol non in cerca di trattamento, che la semaglutide a basso dosaggio riduce il consumo di alcol misurato in laboratorio e il craving (il desiderio intenso e compulsivo) soggettivo (Hendershot et al., 2025). Sul piano osservazionale, un’analisi su grandi database di popolazione reale ha associato la prescrizione di semaglutide a una minore incidenza e recidiva del disturbo da uso di alcol (Wang et al., 2024a).

I limiti da tenere presenti

Il quadro è incoraggiante, ma non va sopravvalutato. Il trial del 2026 ha arruolato solo pazienti con obesità, in un singolo centro, con numerosità contenuta e senza un follow-up successivo alle 26 settimane. Gli stessi autori scrivono che serve conferma con studi più ampi e in pazienti senza obesità, per capire quanto il risultato sia generalizzabile e duraturo. Gli studi osservazionali, per costruzione, mostrano associazioni e non rapporti di causa. Altri trial clinici sono in corso.

Nota metodologica. Uno studio osservazionale confronta chi ha assunto un farmaco con chi non l’ha assunto, usando le cartelle elettroniche. Può segnalare un’associazione, ma non dimostra che il farmaco sia la causa: chi riceve semaglutide differisce dagli altri per molte caratteristiche non misurate. Solo il trial randomizzato, che assegna il farmaco per sorteggio, permette di attribuirene l’effetto al farmaco.

Nicotina, oppioidi e cannabis: il quadro è disomogeneo

Fuori dall’alcol, il segnale si indebolisce e cambia natura da sostanza a sostanza. Presentare gli agonisti del GLP-1 come una cura generica delle dipendenze sarebbe scorretto.

Il grande studio osservazionale del 2026

Il quadro più ampio viene da uno studio di coorte pubblicato sul BMJ nel 2026, costruito sulle cartelle cliniche di 606.434 veterani statunitensi con diabete di tipo 2 (Cai et al., 2026). Rispetto a chi iniziava un inibitore di SGLT2, chi iniziava un GLP-1 AR mostrava un rischio inferiore di ricevere una nuova diagnosi di disturbo da uso di alcol, cannabis, cocaina, nicotina o oppioidi. Per l’insieme dei disturbi da uso di sostanze la riduzione relativa era del 14% (HR 0,86), equivalente a circa 7 diagnosi in meno ogni 1.000 persone nell’arco di tre anni. Nei pazienti che avevano già una dipendenza erano meno frequenti anche accessi in pronto soccorso, ricoveri o decessi correlati alle sostanze.

È uno studio numericamente molto forte e condotto con un confronto attivo, ma resta osservazionale: non dimostra che il farmaco abbia prevenuto o curato la dipendenza. Inoltre, la popolazione era composta prevalentemente da uomini anziani con diabete, e i risultati riguardano la classe dei GLP-1 AR nel suo insieme, non specificamente semaglutide o tirzepatide.

Nicotina: gli endpoint primari sono negativi

Il dato sul fumo invita alla prudenza. In un RCT di fase 2a su 24 fumatori quotidiani, la semaglutide a basso dosaggio ha ridotto il desiderio di sigaretta e il peso, ma non ha ridotto significativamente il numero di sigarette fumate ogni giorno; anche le analisi principali dei due esiti di laboratorio pre-specificati sono risultate negative (Hendershot et al., 2026). Un’analisi supplementare ha suggerito una riduzione del fumo durante la prova di laboratorio, ma non era l’analisi primaria. Lo studio era molto piccolo e sottodimensionato rispetto al piano iniziale: non dimostra efficacia sul fumo, ma non consente neppure di chiudere definitivamente la questione.

Oppioidi e cannabis: solo dati osservazionali

Per gli oppioidi, uno studio di coorte su cartelle elettroniche ha associato la semaglutide a un minor rischio di overdose nei pazienti con diabete di tipo 2 e disturbo da uso di oppioidi (Wang et al., 2024c). Per la cannabis, un’analisi analoga ha rilevato una minore incidenza e recidiva del relativo disturbo (Wang et al., 2024b). Sono segnali coerenti, tutti provenienti dallo stesso gruppo e con lo stesso limite: sono osservazionali, e gli autori stessi chiedono trial randomizzati per confermarli.

Tirzepatide: il co-agonista con meno dati diretti

Il titolo di questo articolo affianca semaglutide e tirzepatide, ma le due molecole non hanno lo stesso peso di prove su questo terreno. Gli RCT sull’alcol hanno studiato la semaglutide. Per la tirzepatide — in Italia commercializzata come Mounjaro — il segnale sulle dipendenze è per ora indiretto: uno studio esplorativo, basato sull’analisi di contenuti pubblicati sui social media e su un questionario online compilato da 153 persone con obesità, ha rilevato un minore consumo di alcol auto-riferito sia con semaglutide sia con tirzepatide (Quddos et al., 2023).

Sul piano preclinico, uno studio pubblicato nel 2026 ha mostrato che la tirzepatide riduce nei roditori il consumo volontario e di tipo binge, previene il bere simile alla ricaduta e attenua la risposta dopaminergica all’alcol (Edvardsson et al., 2026). Il dato rafforza il razionale biologico, ma non dimostra efficacia nell’uomo. Manca infatti, a oggi, un trial randomizzato pubblicato e dedicato alla tirzepatide nel disturbo da uso di alcol o in altre dipendenze. Attribuirle la stessa efficacia clinica dimostrata per la semaglutide sarebbe un’estrapolazione, non un dato.

Comportamenti compulsivi senza sostanza: per ora un’ipotesi

Il gioco d’azzardo, lo shopping compulsivo e i comportamenti sessuali compulsivi coinvolgono alcuni dei circuiti della ricompensa e del controllo implicati anche nelle dipendenze da sostanza. Su questa base è nata l’idea che gli agonisti del GLP-1 possano attenuarli. Un’analisi esplorativa dei contenuti pubblicati sui social media ha raccolto segnalazioni di riduzione dello shopping compulsivo e di altri comportamenti legati alla ricompensa durante il trattamento (Arillotta et al., 2024). Questi dati sono utili per generare ipotesi, ma sono esposti a selezione, ricordo impreciso e assenza di un gruppo di controllo: non consentono di stabilire frequenza, entità o causalità dell’effetto.

La distinzione conta per il lettore. Che una molecola riduca il bere in un trial randomizzato è un fatto; che possa ridurre la spinta a giocare è, al momento, un’ipotesi di lavoro sostenuta dal razionale neurobiologico e da segnalazioni cliniche, non da prove controllate. Le due cose non vanno confuse.

Attenzione clinica. In Italia nessun farmaco incretinico ha un’indicazione autorizzata per il disturbo da uso di alcol, per il fumo o per altre dipendenze. Usarlo con questa finalità è un impiego off-label, cioè fuori dalle indicazioni registrate: può essere preso in considerazione dal medico soltanto in circostanze selezionate, nel rispetto della normativa, dopo avere valutato le alternative disponibili e con il consenso informato del paziente. Questi farmaci non sostituiscono i trattamenti approvati per le dipendenze, e non vanno assunti in autonomia né usati per interrompere una terapia in corso. Chi convive con una dipendenza dovrebbe rivolgersi al proprio medico o a un servizio specialistico.

Conclusioni

La ricerca sul rapporto tra GLP-1 e dipendenze è una delle frontiere più interessanti della farmacologia degli agonisti del GLP-1. La direzione è coerente con la neurobiologia della ricompensa, e per l’alcol sono ormai disponibili due prove randomizzate, una delle quali positiva sull’endpoint clinico principale. Ma il segnale è disomogeneo: più consistente per l’alcol, non conclusivo per la nicotina, soltanto osservazionale per oppioidi e cannabis, ipotetico per le dipendenze comportamentali. Nel 2023 questi trattamenti erano stati definiti «promettenti ma non provati» (Leggio et al., 2023): oggi la promessa è più concreta, ma le prove non sono ancora sufficienti per farne una terapia standard delle dipendenze.

In sintesi: i farmaci che agiscono sul sistema GLP-1 mostrano un segnale credibile sulle dipendenze, sostenuto soprattutto dai dati randomizzati sull’alcol; per le altre sostanze e per i comportamenti compulsivi le prove sono più deboli o assenti. Restano terapie sperimentali in questo ambito: non hanno un’indicazione approvata e l’eventuale impiego off-label è di stretta competenza medica.


Domande frequenti

Posso usare Ozempic o Mounjaro per smettere di bere o di fumare?

No, non di iniziativa propria. In Italia questi farmaci non sono approvati per le dipendenze, quindi il loro uso a tale scopo è off-label. La valutazione spetta al medico, caso per caso. Per il fumo, inoltre, il dato clinico principale è finora negativo.

Bisogna avere l’obesità perché funzioni sull’alcol?

Il trial randomizzato più solido ha arruolato pazienti con obesità e disturbo da uso di alcol. Non sappiamo ancora se lo stesso effetto valga nelle persone senza obesità: gli autori chiedono studi dedicati per rispondere.

La tirzepatide funziona come la semaglutide sull’alcol?

Non è dimostrato. Gli studi randomizzati sull’alcol riguardano la semaglutide. Per la tirzepatide esistono solo dati osservazionali; il razionale è plausibile, ma la prova diretta manca.

Se sospendo il farmaco, il desiderio torna?

Il farmaco modula il sistema della ricompensa, non lo guarisce. Alla sospensione il desiderio può ripresentarsi, come accade per l’appetito. Mancano però dati di lungo termine specifici sulle dipendenze.

Questi farmaci curano il gioco d’azzardo o lo shopping compulsivo?

Al momento no. Esiste un razionale neurobiologico e qualche segnalazione clinica, ma nessuno studio controllato. Resta un’ipotesi in fase di studio, non un trattamento disponibile.

Glossario dei termini principali

GLP-1 AR: agonisti recettoriali del GLP-1, classe di farmaci alla quale appartiene la semaglutide (Ozempic, Wegovy). La tirzepatide (Mounjaro) è invece un doppio agonista dei recettori GIP e GLP-1 e viene spesso discussa insieme ai GLP-1 AR per la componente d’azione condivisa.

Disturbo da uso di alcol: condizione clinica caratterizzata da perdita di controllo sul bere e uso compulsivo di alcol nonostante le conseguenze negative.

Giornate di bere intenso: numero di giorni in cui il consumo di alcol supera una soglia definita. Nel trial del 2026 la soglia era di almeno 48 grammi di alcol per le donne e 60 grammi per gli uomini, equivalenti rispettivamente a 4 e 5 unità alcoliche italiane; è un esito standard negli studi sul disturbo da uso di alcol.

Craving: desiderio intenso e difficile da controllare verso una sostanza o un comportamento, considerato uno dei motori della ricaduta.

RCT (Randomized Controlled Trial, trial randomizzato controllato): studio clinico nel quale i partecipanti vengono assegnati casualmente al trattamento oppure a un gruppo di confronto. La randomizzazione riduce le differenze iniziali tra i gruppi e permette di valutare con maggiore affidabilità se gli effetti osservati dipendano dal trattamento.

Endpoint primario pre-specificato: l’esito principale che uno studio dichiara di voler misurare prima di iniziare; un risultato positivo su un esito secondario ha peso inferiore.

Off-label: uso di un farmaco al di fuori delle indicazioni autorizzate; può essere valutato dal medico in circostanze selezionate, nel rispetto della normativa e con il consenso informato del paziente.

Studio osservazionale: ricerca che confronta gruppi di pazienti senza assegnare il trattamento per sorteggio; individua associazioni, non rapporti di causa.

Bibliografia

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Riguardo all'autore

Gianleone Di Sacco

Nato a Pisa nel 1959. Risiede a Milano dalla nascita.

Laureato in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Milano con il massimo dei voti, specializzato, con lode, in Endocrinologia presso l'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

Membro di svariate Associazioni e Società Scientifiche, anche con incarichi istituzionali.

Da anni svolge attività clinica e di ricerca, in particolare, nel campo della terapia farmacologica dell'obesità.

Di Gianleone Di Sacco

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