Esiste una dieta migliore per dimagrire? La risposta della scienza

E

Sintesi. Ma esiste davvero una dieta migliore per dimagrire, oppure tutte funzionano allo stesso modo? Tutte le diete dimagranti funzionano sostanzialmente nello stesso modo, e a un anno di distanza le differenze fra l’una e l’altra sono trascurabili. Quello che conta non è il tipo di dieta, ma la capacità di sostenerla nel tempo, la qualità del cibo che si mangia e — quando la dieta da sola non basta — la disponibilità di strumenti che agiscono sui meccanismi neurormonali della fame.

Introduzione

In ambulatorio, una delle domande più frequenti è: “Dottore, quale dieta dovrei fare?”. Spesso arriva dopo un elenco — Dukan, Plank, paleo, mediterranea, low-carb, chetogenica, digiuno intermittente, dieta del gruppo sanguigno. Spesso il tono è di frustrazione, a volte di rassegnazione. Sempre c’è la stessa aspettativa implicita: che esista una risposta tecnica, una dieta che gli altri non hanno saputo dare, e che basterebbe trovare quella giusta per risolvere il problema.

Abbiamo già affrontato la questione nell’articolo “Quale dieta?”, pubblicato sei anni fa, l’articolo odierno cerca di rispondere onestamente a quella domanda, sulla base di ciò che la ricerca degli ultimi vent’anni ha effettivamente dimostrato — non di ciò che dicono le copertine dei libri, gli influencer o i guru del momento. La risposta esiste, ma non è quella che il lettore probabilmente si aspetta. Non è “fai questa dieta”. È un’altra cosa, ed è una cosa che, una volta capita, libera dall’ansia di dover scegliere fra mille protocolli concorrenti.

Per arrivarci, però, è necessario prima sgomberare il campo da una serie di credenze diffuse che, semplicemente, non sono vere.

La domanda giusta non è “quale dieta funziona meglio”, ma “quale dieta riesco a sostenere senza soffrire”. È una domanda completamente diversa, e ha una risposta completamente diversa.

dieta migliore per dimagrire confronto tra dieta mediterranea low carb digiuno intermittente e chetogenica
Le principali diete per dimagrire a confronto: non è il tipo di dieta a fare la differenza, ma il deficit calorico e la sostenibilità nel tempo.

Tutte le diete, in fondo, fanno la stessa cosa

Le diete dimagranti sembrano diversissime fra loro. Una toglie i carboidrati, un’altra i grassi. Una salta i pasti, un’altra ne prevede cinque. Una conta le calorie, un’altra conta i punti, un’altra ancora dice di mangiare solo in una finestra di otto ore. Sembrano filosofie nutrizionali in conflitto. Ma se si chiede a un fisiologo cosa hanno in comune, la risposta è quasi imbarazzante: tutte ottengono lo stesso risultato per la stessa ragione, e cioè perché alla fine portano a consumare meno calorie di quante se ne brucino. Tutto il resto — la composizione, i tempi, le regole, i divieti — è il trucco con cui ogni dieta ottiene quel deficit, non un meccanismo alternativo.

Lo studio più rigoroso mai condotto su questa domanda è stato fatto in un reparto del National Institutes of Health americano (Hall et al., 2015). I partecipanti erano ricoverati per due settimane, ogni boccone veniva pesato e ogni caloria misurata. Quando i ricercatori riducevano lo stesso numero di calorie togliendo carboidrati o togliendo grassi, il risultato sul peso era praticamente identico. Le teorie che sostenevano che i carboidrati facessero ingrassare “di più” delle stesse calorie da grassi non hanno retto alla prova del laboratorio.

Non si tratta di un risultato isolato. Quando i ricercatori sommano i risultati di tutti gli studi disponibili — parliamo di oltre cento studi e decine di migliaia di pazienti — emerge un quadro chiaro: nei primi mesi qualche dieta sembra avere un piccolo vantaggio sulle altre, ma a un anno di distanza queste differenze scompaiono quasi del tutto e diventano clinicamente irrilevanti (Ge et al., 2020). Lo stesso vale per il digiuno intermittente, oggi molto di moda: la più recente e ampia analisi disponibile, che ha messo insieme i dati di novantanove studi clinici controllati, mostra che i risultati a lungo termine sono sostanzialmente sovrapponibili a quelli delle diete tradizionali a calorie ridotte (Semnani-Azad et al., 2025).

In altre parole: la guerra fra diete che leggiamo da vent’anni non ha vincitori, perché non c’è nulla da vincere. Tutti i contendenti stanno facendo la stessa cosa con nomi diversi.

Una piccola carestia, fatta apposta

Per quasi tutta la storia dell’umanità, il problema del cibo è stato uno solo: trovarne abbastanza. Le carestie erano frequenti, l’abbondanza rara. Il nostro corpo si è evoluto per affrontare un mondo in cui il cibo manca spesso, non un mondo in cui è disponibile a ogni angolo, ventiquattro ore su ventiquattro, in quantità praticamente illimitate. È questa la radice fisiologica del problema dell’obesità: la nostra biologia non è cambiata, l’ambiente sì.

Quando si fa una dieta dimagrante — qualunque dieta — quello che si sta facendo, in fondo, è organizzare per il proprio corpo una piccola carestia artificiale. Cambia il linguaggio (digiuno intermittente, low-carb, eat clean, biohacking), cambia il modo di organizzarla, ma il messaggio fisiologico che arriva al corpo è lo stesso: c’è meno cibo del solito. E il corpo, che è progettato esattamente per questa eventualità, comincia a usare le proprie riserve di grasso per compensare.

Capito questo, la domanda “quale dieta è migliore?” cambia forma. Non è più “quale schema alimentare contiene la verità nutrizionale”, è “quale modo di organizzare la mia piccola carestia personale riesco a sostenere senza soffrire troppo, e per quanto tempo”. È una domanda completamente diversa, e ha una risposta completamente diversa.

Otto cose che probabilmente avete sentito dire, e che non sono vere

Prima di passare a quello che invece conta, vale la pena dedicare qualche riga a smontare le credenze più diffuse. Sono idee che girano da decenni, alcune ereditate dalla nutrizione di trent’anni fa, altre nate sui social. Tutte hanno in comune una cosa: quando sono state messe alla prova in studi seri, non hanno retto.

“Esiste una dieta personalizzata sul mio DNA”

I test genetici per la dieta sono uno dei prodotti commerciali di maggior successo dell’ultimo decennio. L’idea — affascinante — è che a seconda del proprio profilo genetico si risponda meglio a una dieta a basso contenuto di carboidrati o a una a basso contenuto di grassi. Quando i ricercatori hanno messo seriamente alla prova questa ipotesi, assegnando le persone a diete “compatibili” o “incompatibili” con il loro profilo genetico in uno studio randomizzato di un anno, non hanno trovato alcuna differenza (Gardner et al., 2018). La personalizzazione genetica della dieta, almeno con gli strumenti oggi disponibili, è marketing, non scienza.

“L’insulina alta fa ingrassare, basta togliere i carboidrati”

È una delle teorie più di moda degli ultimi anni, e si basa su un’idea semplice: i carboidrati alzano l’insulina, l’insulina favorisce l’accumulo di grasso, quindi togliere i carboidrati farebbe perdere peso più di quanto sia spiegabile dalle sole calorie. Negli studi controllati questa teoria, nella sua versione forte, non regge. Quando si confrontano direttamente diete a basso contenuto di carboidrati e diete a basso contenuto di grassi a parità di calorie, i risultati sono praticamente identici (Hall et al., 2015).

Anzi, c’è un dato ancora più interessante. In uno studio successivo dello stesso gruppo, condotto sempre in regime di ricovero al National Institutes of Health, venti adulti senza diabete potevano mangiare liberamente quanto volevano: in un periodo di due settimane seguivano una dieta ricca di carboidrati e povera di grassi, in un altro una dieta chetogenica ricca di grassi e povera di carboidrati, e poi i due periodi si invertivano. Risultato: nella dieta povera di grassi i partecipanti consumavano spontaneamente fra le cinquecento e le settecento calorie al giorno in meno rispetto alla dieta chetogenica, senza che nessuno gli dicesse di mangiare meno e senza differenze nella sensazione di fame (Hall et al., 2021). È esattamente l’opposto di quello che il modello carboidrato-insulina aveva predetto. Lo studio è piccolo ed è stato condotto in un ambiente di laboratorio molto controllato, e per questo non può essere generalizzato senza cautela a chi mangia a casa propria, ma come esperimento di falsificazione della teoria “i carboidrati fanno ingrassare per colpa dell’insulina” è difficile da battere. L’insulina è un attore importante della fisiologia, ma non è il regista dell’aumento di peso, e non è togliendo i carboidrati che si riduce magicamente l’appetito.

“Saltare la colazione fa ingrassare”

È esattamente il contrario di quello che si è creduto per decenni. Una revisione sistematica di studi randomizzati ha mostrato che chi salta la colazione tende a consumare meno calorie totali nella giornata, non di più, e ad avere un peso lievemente inferiore (Sievert et al., 2019). Se non si ha fame al mattino, non c’è nessuna ragione fisiologica per forzarsi a mangiare. La colazione “più importante della giornata” è uno slogan, non un fatto.

“Mangiare cinque-sei volte al giorno accelera il metabolismo”

Mai dimostrato. Il metabolismo non funziona come un fuoco che va alimentato di continuo per non spegnersi. Mangiare più frequentemente non aumenta la quantità di calorie bruciate a fine giornata. Se distribuire i pasti aiuta a non avere fame, va bene farlo; se invece si preferiscono tre pasti, vanno bene anche tre. La frequenza dei pasti è una questione di comodità e di abitudine, non di metabolismo.

“La frutta va mangiata lontano dai pasti, altrimenti fermenta nello stomaco”

Una delle credenze più resistenti del nostro panorama, e una delle meno fondate. Ne esistono due versioni in circolazione: quella classica, ereditata dalle “diete dissociate” di trent’anni fa, sostiene che la frutta fermenti nello stomaco se mangiata dopo un pasto e produca grasso. La versione moderna, vestita di linguaggio pseudo-scientifico, sostiene che la frutta vada consumata da sola per “evitare il picco glicemico”. Entrambe sono sbagliate, e la versione moderna è particolarmente paradossale: la fibra della frutta, quando viene consumata insieme al resto del pasto, riduce il picco glicemico complessivo, mentre la frutta mangiata da sola lo amplifica. Mangiare la frutta al pasto è fisiologicamente sensato, è quello che fanno da secoli tutte le culture mediterranee, e non c’è una sola buona ragione scientifica per cambiare abitudine.

“Il digiuno attiva l’autofagia e ringiovanisce”

L’autofagia — il processo con cui le cellule riciclano i propri componenti — esiste davvero, ed è stata studiata nei dettagli nelle cellule in laboratorio e nei topi. Negli esseri umani, però, quante ore di digiuno servano per ottenere benefici clinicamente rilevanti, e quali siano questi benefici, non è ancora stato dimostrato. Per la perdita di peso, il digiuno intermittente funziona, ma funziona perché porta a mangiare meno, non perché contenga una magia molecolare. La più recente e ampia analisi disponibile ha mostrato che nei trial più lunghi, di almeno sei mesi, le differenze fra le varie forme di digiuno intermittente e le diete tradizionali a restrizione calorica si annullano: il digiuno fa esattamente quello che fanno le altre diete, né più né meno (Semnani-Azad et al., 2025).

“Le calorie non contano, conta solo l’ormone”

Le calorie contano sempre. Negli esperimenti più rigorosi, in cui ogni boccone veniva misurato in laboratorio, il bilancio calorico ha sempre prevalso sulle teorie ormonali (Hall et al., 2015). Gli ormoni regolano come il corpo gestisce le calorie — quanta fame si sente, dove si accumula il grasso, quanta energia si brucia — ma non possono creare energia dal nulla né farla sparire. Chi promette di far dimagrire “senza ridurre le calorie” sta proponendo qualcosa che la fisiologia non permette.

“Le diete iperproteiche danneggiano i reni”

Si tratta di un’eredità storica che, almeno per quanto riguarda i reni di chi ha una funzione renale normale, non è sostenuta dall’evidenza nel breve e medio termine. Discorso completamente diverso per chi ha già una malattia renale conclamata: in quel caso le proteine vanno gestite con attenzione, e la consulenza di un dietologo esperto fa una differenza che nessun articolo divulgativo può sostituire.

C’è però una sfumatura che vale la pena conoscere, perché è meno popolare ma scientificamente importante. Mentre i reni dei sani non sembrano risentire di una quota proteica elevata su archi di tempo di mesi o pochi anni, gli effetti di una dieta marcatamente iperproteica mantenuta per decenni — per esempio dai venti ai sessant’anni — non sono mai stati studiati con trial clinici di durata adeguata. I dati che abbiamo da studi osservazionali sugli adulti di mezza età, e dai modelli animali, suggeriscono cautela: nei roditori una dieta ad alto contenuto proteico riduce la durata di vita rispetto a una dieta moderatamente proteica, e negli adulti umani sotto i sessantacinque anni le diete molto ricche di proteine sono state associate a una mortalità più alta — ma con una sfumatura importante: il segnale riguarda soprattutto le proteine di origine animale, mentre per le proteine di origine vegetale l’associazione si attenua o scompare (Levine et al., 2014; Fontana et al., 2016). Sopra i sessantacinque anni la relazione si rovescia ancora, perché in quella fase prevenire la perdita di muscolo diventa più importante. Significa che le diete iperproteiche non sono universalmente sicure né universalmente pericolose: come quasi tutto in nutrizione, la dose, la durata, la fonte e l’età contano.

Quello che invece conta davvero

Smontare i miti è solo metà del lavoro. L’altra metà — quella più interessante — è capire cosa, invece, conta davvero. La ricerca degli ultimi vent’anni ha portato a tre conclusioni che meritano di essere conosciute, perché sono le uniche che davvero possono cambiare l’esito di un percorso di dimagrimento.

Quanto si riesce a sostenerla nel tempo

Questo è di gran lunga il fattore più importante, e quello meno discusso nelle riviste. Tutti i grandi studi mostrano la stessa cosa: nello stesso esperimento, fra persone messe sulla stessa identica dieta, alcune perdono trenta chili e altre ne guadagnano dieci. Non perché la dieta sia diversa — è la stessa — ma perché alcune persone riescono a seguirla e altre no (Gardner et al., 2018). La migliore dieta è quella che si riesce a fare per anni, non per sei settimane. E “la migliore per voi” non si stabilisce in laboratorio: si scopre provando, capendo cosa si può sostenere, cosa fa stare bene, cosa si può continuare a fare quando si è stanchi, quando si ha fretta, quando si è in viaggio, quando si va a cena con gli amici.

Ed è qui che la consulenza di un dietologo esperto può fare un’enorme differenza: non perché conosca una dieta segreta che gli altri non sanno, ma perché aiuta a costruire un piano realistico per la persona reale, con i suoi gusti, i suoi tempi, le sue difficoltà, i suoi vincoli familiari. Questa è la parte personalizzata che davvero serve, ed è artigianato clinico, non un test genetico.

La qualità del cibo conta più della sua composizione

Uno degli studi più sorprendenti degli ultimi anni ha messo a confronto due gruppi di persone, anche loro ricoverate in laboratorio per due settimane (Hall et al., 2019). A entrambi i gruppi venivano offerti cibi con la stessa quantità di calorie, gli stessi grassi, gli stessi zuccheri, le stesse fibre, e potevano mangiare quanto volevano. La differenza era una sola: a un gruppo venivano dati cibi ultraprocessati — cioè prodotti industriali in cui la struttura degli ingredienti originali è profondamente alterata da una lunga serie di lavorazioni: snack confezionati, bibite zuccherate, piatti pronti, biscotti industriali, cereali da prima colazione zuccherati — all’altro cibi preparati a partire da ingredienti veri. Il risultato? Chi mangiava ultraprocessato consumava circa cinquecento calorie al giorno in più, senza accorgersene, e ingrassava. Chi mangiava cibo vero consumava meno, e dimagriva. La composizione chimica del piatto non era il punto: era la sua struttura, il fatto di essere stato lavorato e ricostruito industrialmente, a far perdere il controllo dell’appetito.

Da qui la raccomandazione operativa, semplice e potente: non c’è bisogno di contare carboidrati o grassi per dimagrire. C’è bisogno di mangiare meno cibo industriale e più cibo vero, di qualunque tipo. Questa è la singola raccomandazione pratica che ha più sostegno scientifico di qualunque altra.

La dieta mediterranea ha qualcosa in più, ma non per il peso

Detto tutto questo, c’è una dieta che merita un discorso a parte. Per la sola perdita di peso, la dieta mediterranea vale come tante altre — né più né meno. Ma è l’unica per cui esista una solida evidenza che riduca il rischio di infarto e ictus indipendentemente dal peso che si perde. Lo ha mostrato uno studio condotto in Spagna su migliaia di pazienti seguiti per anni (Estruch et al., 2018), ed è l’unica dieta che nella più ampia metanalisi disponibile mantiene un vantaggio sui marcatori di rischio cardiovascolare anche a un anno di distanza, quando il vantaggio di tutte le altre si è già esaurito (Ge et al., 2020).

Quindi se la domanda è “voglio perdere dieci chili”, la mediterranea è una buona scelta come tante altre. Se la domanda è “voglio vivere meglio e più a lungo, indipendentemente dai chili”, la mediterranea ha le carte migliori. Sono due domande diverse, e meritano risposte diverse.

E se non ci riesco?

La maggioranza delle persone che provano a dimagrire con la dieta non riesce a mantenere i risultati a lungo termine. Non è una statistica triste perché parla di persone pigre o senza forza di volontà. È una statistica importante perché parla di una verità fisiologica che è rimasta a lungo sotto silenzio: il corpo umano, dopo aver perso peso, mette in atto meccanismi potenti per riportarlo dov’era prima.

Quando si perde peso, il cervello riceve segnali che interpreta come “carestia” e reagisce di conseguenza: aumenta gli ormoni della fame, riduce gli ormoni della sazietà, abbassa il dispendio energetico anche a riposo. Questi cambiamenti non durano qualche settimana. Possono durare anni (Sumithran et al., 2011). Sono il motivo per cui dopo una dieta mantenere il peso perso è proporzionalmente più difficile della perdita stessa, e per cui chi ha perso venti chili li riprende quasi sempre, anche quando “fa attenzione”.

Questo non si risolve con la forza di volontà, perché la forza di volontà è una risorsa limitata e il corpo è progettato per vincerla. Se si è provato seriamente e non si è riusciti a mantenere il peso, non si è fallito: ha funzionato la fisiologia.

Per molti anni questo è stato un cul-de-sac: si diceva al paziente di “tornare a fare attenzione”, di “rimettersi a dieta”, e si ricominciava il ciclo. Negli ultimi anni qualcosa è cambiato, ed è cambiato in modo importante. Sono diventate disponibili terapie che agiscono esattamente su quei meccanismi neurormonali della fame e del recupero del peso che la dieta da sola non può vincere. L’ordine di grandezza del risultato è completamente diverso: mentre tutte le diete fra loro si giocano differenze di uno o due chili in un anno, queste terapie producono cali ponderali che nei pazienti con obesità sono dieci o quindici volte più grandi. Non sono pillole magiche, non sostituiscono uno stile di vita sano, e non sono adatte a tutti. Ma per le persone che hanno obesità e che hanno provato seriamente a dimagrire senza riuscire a mantenere i risultati, queste terapie hanno cambiato la conversazione. Per la prima volta, il problema non è solo “quale dieta fare”, ma “di che cosa ho davvero bisogno per stare meglio”. Ed è una conversazione che vale la pena fare con un medico.

Conclusioni

Quale dieta dovrei fare? Dopo trent’anni di ricerche e migliaia di studi, la risposta più onesta è questa: la dieta giusta è quella che si riesce a sostenere senza soffrire. Non esiste una dieta “magica”, e tutte quelle che promettono risultati straordinari sono variazioni dello stesso meccanismo — una piccola carestia organizzata. Funzionano se le si sostiene, falliscono se non ci si riesce, e questo non dipende dalla loro scientificità ma dalla vita reale di chi le segue.

Mangiare cibo vero invece che ultraprocessato è la singola raccomandazione pratica che ha più sostegno scientifico. Se si vuole anche un beneficio sul cuore, la dieta mediterranea ha le carte migliori. E se si è provato seriamente e il peso continua a tornare, vale la pena ricordarsi che non è una colpa: è fisiologia, ed è una fisiologia che oggi possiamo affrontare in modi che dieci anni fa non avevamo.

In sintesi: smettete di cercare la dieta perfetta, scegliete quella che si adatta alla vostra vita, mangiate cibo vero, e se la dieta da sola non basta parlatene con un medico — perché oggi, per chi ha obesità, esistono opzioni che non sono più solo “mangiare meno”.


Domande frequenti

Qual’è la dieta migliore per dimagrire?

Nei primi mesi qualche dieta può avere un piccolo vantaggio sulle altre, ma a un anno di distanza queste differenze scompaiono quasi del tutto. Quello che davvero conta è quanto si riesce a sostenerle, non il loro contenuto specifico.

La dieta chetogenica fa dimagrire più velocemente?

All’inizio sì, ma una parte rilevante di quel calo è semplicemente acqua, perché togliere i carboidrati svuota le riserve di glicogeno che trattengono molta acqua. Sul lungo termine i risultati si livellano a quelli delle altre diete.

Saltare i pasti è pericoloso?

No, se la qualità complessiva dell’alimentazione è buona. Il digiuno intermittente non è più o meno salutare di altri schemi: è semplicemente un modo per ridurre le calorie totali della giornata.

Perché dopo la dieta riprendo sempre il peso?

Perché il corpo, dopo aver perso peso, attiva meccanismi neuroendocrini che promuovono il recupero — aumentano gli ormoni della fame, si riducono quelli della sazietà, cala il dispendio energetico. Non è una colpa personale: è fisiologia, e oggi esistono strumenti medici per affrontarla.

La frutta fa ingrassare?

No. La frutta intera è associata a peso inferiore, non superiore, in tutti gli studi epidemiologici disponibili. La confusione nasce dal fruttosio degli sciroppi industriali, che è un’altra cosa rispetto a quello contenuto in una mela.

Devo evitare i carboidrati per dimagrire?

No. Si può dimagrire mangiando carboidrati, esattamente come si può dimagrire evitandoli. Quello che conta è il bilancio totale delle calorie, non il singolo macronutriente. Anzi, quando le persone possono mangiare liberamente, una dieta ricca di carboidrati e povera di grassi tende a portarle a consumare spontaneamente meno calorie di una dieta povera di carboidrati e ricca di grassi.

Glossario dei termini principali

Deficit calorico: situazione in cui si consumano più calorie di quante se ne introducono con l’alimentazione. È la condizione necessaria perché il corpo cominci a utilizzare le proprie riserve di grasso e si verifichi una perdita di peso.

Studio randomizzato: studio in cui i partecipanti vengono assegnati per sorteggio a un gruppo o all’altro (per esempio a una dieta o a un’altra), in modo che le differenze osservate alla fine non dipendano da chi ha scelto cosa. È il modo più rigoroso per confrontare due trattamenti.

Metanalisi: metodo statistico che permette di sommare i risultati di molti studi diversi sullo stesso argomento, per arrivare a una conclusione più solida di quella di un singolo studio.

Cibo ultraprocessato: cibo prodotto industrialmente attraverso processi di trasformazione che alterano profondamente la struttura degli ingredienti originali, in genere con aggiunta di sostanze non usate nella cucina domestica (emulsionanti, addensanti, aromi, coloranti). Esempi: snack confezionati, bibite zuccherate, piatti pronti, biscotti industriali, cereali da prima colazione zuccherati, salumi ricomposti. La distinzione si basa sulla classificazione scientifica NOVA, oggi ampiamente utilizzata in nutrizione clinica ed epidemiologica.

Dieta iperproteica: alimentazione in cui la quota di proteine supera in modo significativo le raccomandazioni standard (in genere oltre il 20-25% delle calorie totali, o oltre 1,5-2 grammi per chilo di peso corporeo al giorno). È efficace per il calo ponderale a breve termine; gli effetti del suo mantenimento per decenni non sono mai stati studiati con trial clinici di durata adeguata.

Autofagia: processo cellulare attraverso cui le cellule riciclano i propri componenti danneggiati. È un meccanismo biologico studiato in laboratorio e nei modelli animali; le sue implicazioni cliniche concrete nell’uomo restano ancora da chiarire.

Carestia (in fisiologia): condizione di ridotta disponibilità di cibo che attiva nel corpo una serie di adattamenti — fame, riduzione del dispendio energetico, conservazione delle riserve — finalizzati alla sopravvivenza. Tutte le diete dimagranti, indipendentemente dalla loro forma, ricreano una versione attenuata di questa condizione.

Bibliografia

Estruch R, et al. (2018)
Primary prevention of cardiovascular disease with a Mediterranean diet supplemented with extra-virgin olive oil or nuts. New England Journal of Medicine. 378:e34.
https://doi.org/10.1056/NEJMoa1800389
Fontana L, et al. (2016)
Decreased consumption of branched-chain amino acids improves metabolic health. Cell Reports. 16(2):520–530.
https://doi.org/10.1016/j.celrep.2016.05.092
Gardner CD, et al. (2018)
Effect of low-fat vs low-carbohydrate diet on 12-month weight loss in overweight adults and the association with genotype pattern or insulin secretion: the DIETFITS randomized clinical trial. JAMA. 319(7):667–679.
https://doi.org/10.1001/jama.2018.0245
Ge L, et al. (2020)
Comparison of dietary macronutrient patterns of 14 popular named dietary programmes for weight and cardiovascular risk factor reduction in adults: systematic review and network meta-analysis of randomised trials. BMJ. 369:m696. Correzione successiva pubblicata in BMJ 2020;370:m3095 (modifiche minori non impattanti sulle conclusioni).
https://doi.org/10.1136/bmj.m696
Hall KD, et al. (2015)
Calorie for calorie, dietary fat restriction results in more body fat loss than carbohydrate restriction in people with obesity. Cell Metabolism. 22(3):427–436.
https://doi.org/10.1016/j.cmet.2015.07.021
Hall KD, et al. (2019)
Ultra-processed diets cause excess calorie intake and weight gain: an inpatient randomized controlled trial of ad libitum food intake. Cell Metabolism. 30(1):67–77.e3. Correzioni successive pubblicate in Cell Metabolism 2019;30:226 e 2020;32:690 (modifiche minori non impattanti sull’outcome primario).
https://doi.org/10.1016/j.cmet.2019.05.008
Hall KD, et al. (2021)
Effect of a plant-based, low-fat diet versus an animal-based, ketogenic diet on ad libitum energy intake. Nature Medicine. 27(2):344–353.
https://doi.org/10.1038/s41591-020-01209-1
Levine ME, et al. (2014)
Low protein intake is associated with a major reduction in IGF-1, cancer, and overall mortality in the 65 and younger but not older population. Cell Metabolism. 19(3):407–417.
https://doi.org/10.1016/j.cmet.2014.02.006
Semnani-Azad Z, et al. (2025)
Intermittent fasting strategies and their effects on body weight and other cardiometabolic risk factors: systematic review and network meta-analysis of randomised clinical trials. BMJ. 389:e082007. Correzione successiva pubblicata in BMJ 2025;390:r1737 (solo rettifica di affiliazione di un coautore, nessun impatto sui dati).
https://doi.org/10.1136/bmj-2024-082007
Sievert K, et al. (2019)
Effect of breakfast on weight and energy intake: systematic review and meta-analysis of randomised controlled trials. BMJ. 364:l42.
https://doi.org/10.1136/bmj.l42
Sumithran P, et al. (2011)
Long-term persistence of hormonal adaptations to weight loss. New England Journal of Medicine. 365(17):1597–1604.
https://doi.org/10.1056/NEJMoa1105816

Riguardo all'autore

Gianleone Di Sacco

Nato a Pisa nel 1959. Risiede a Milano dalla nascita.

Laureato in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Milano con il massimo dei voti, specializzato, con lode, in Endocrinologia presso l'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

Membro di svariate Associazioni e Società Scientifiche, anche con incarichi istituzionali.

Da anni svolge attività clinica e di ricerca, in particolare, nel campo della terapia farmacologica dell'obesità.

Di Gianleone Di Sacco

Post recenti

Archivi