Semaglutide 7.2 mg: quanto peso fa perdere davvero? Analisi dello studio STEP UP

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Sintesi. Lo studio STEP UP (Lancet Diabetes & Endocrinology, settembre 2025) ha testato per la prima volta semaglutide alla dose di 7.2 mg settimanali — tre volte quella attualmente approvata — in oltre mille adulti con obesità senza diabete: chi ha ricevuto la dose più alta ha perso in media il 18,7% del peso corporeo, contro il 15,6% con la dose standard di 2,4 mg (Wharton et al., 2025). La differenza media di circa tre punti percentuali è reale e statisticamente robusta; si traduce soprattutto in un raddoppio della quota di pazienti che supera il 25% di calo ponderale. Il profilo degli effetti indesiderati è gestibile: nausea e disturbi intestinali rimangono gli effetti più frequenti — e sono in linea con quelli di tirzepatide ad alta dose — mentre la disestesia (bruciore e formicolio alla pelle) è il segnale più nuovo, presente nel 23% dei casi e nella grande maggioranza lieve e transitorio.

Introduzione

La domanda che il paziente si pone quando sente parlare di semaglutide 7.2 mg è semplice: con una dose più alta dimagrisco davvero di più, o è solo un numero che cambia? E subito dopo: ma gli effetti collaterali non saranno terribili?

Lo studio STEP UP, pubblicato su Lancet Diabetes & Endocrinology nel settembre 2025, è il primo trial randomizzato controllato disegnato per rispondere a queste domande (Wharton et al., 2025). Ha arruolato 1.407 adulti con obesità senza diabete in 95 centri clinici di 11 Paesi, li ha seguiti per 72 settimane e ha confrontato tre trattamenti: semaglutide 7.2 mg, semaglutide 2,4 mg e placebo. I risultati sono usciti con numeri concreti su cui ragionare — senza ottimismi e senza allarmismi.

Di seguito, tre risposte dirette alle tre domande che questo studio pone.

Con semaglutide 7.2 mg quasi un paziente su due perde almeno il 20% del peso corporeo: una soglia che si avvicina a quella osservata in alcuni contesti di chirurgia bariatrica, pur in assenza di un confronto diretto nello studio — pur in assenza di un confronto diretto.

Perché proprio 7,2 mg? La logica dietro una dose che sembra spropositata

La scelta di testare una dose più alta non è casuale. I dati degli studi precedenti suggerivano che aumentare la dose di semaglutide potesse migliorare l’efficacia senza un aumento proporzionale degli effetti collaterali gastrointestinali (Knop et al., 2023; Wharton et al., 2025). STEP UP è stato progettato proprio per verificare se questo equilibrio tra maggiore efficacia e tollerabilità fosse reale nella pratica clinica (Wharton et al., 2025).

Il confronto con tirzepatide rappresenta inevitabilmente un contesto clinico rilevante nello sviluppo di questo studio, alla luce dei risultati ottenuti nei trial SURMOUNT (Jastreboff et al., 2022; Aronne et al., 2025). Quando tirzepatide ha mostrato perdite di peso del 20-22% nei trial SURMOUNT, il vantaggio rispetto al semaglutide 2,4 mg (allora fermo al 15-16%) era netto e clinicamente rilevante. Novo Nordisk aveva bisogno di una risposta nella stessa molecola, senza aspettare anni per una nuova. La scelta di 7,2 mg è stata anche una mossa di posizionamento: dimostrare che il semaglutide, spinto al massimo delle dosi tollerabili, potesse competere per efficacia con il doppio agonista GIP/GLP-1 di Eli Lilly. Ulteriori dati comparativi saranno chiariti con l’arrivo di nuove molecole attualmente in fase avanzata di sviluppo, tra cui il retatrutide (triplice agonista GIP/GLP-1/glucagone di Eli Lilly, in fase 3) e CagriSema (combinazione di cagrilintide e semaglutide di Novo Nordisk, in fase avanzata di sviluppo) — su entrambi i farmaci è in preparazione un approfondimento separato su questo sito.

Prima domanda: davvero si dimagrisce molto di più?

I risultati dello studio STEP UP con semaglutide 7.2 mg sono riassunti nel grafico seguente.

Semaglutide 7,2 mg perdita di peso nello studio STEP UP: riduzione media del 18,7% e percentuale di pazienti con perdita ≥20% e ≥25%
Studio STEP UP: semaglutide 7.2 mg consente una perdita media del 18,7% del peso corporeo, con quasi un paziente su due che raggiunge ≥20%.

La risposta breve: sì, ma il grosso del beneficio va a chi ha bisogno di perdere tanto

Con semaglutide 7.2 mg la perdita di peso media a 72 settimane è stata del 18,7% del peso corporeo, contro il 15,6% con la dose già approvata di 2,4 mg (Wharton et al., 2025).

La differenza — circa tre punti percentuali — è statisticamente solida (IC 95%: da –4,7 a –1,6; p<0,0001) e si mantiene corretta per le caratteristiche iniziali dei partecipanti.

Su una persona di 113 kg (il peso medio nello studio), tre punti percentuali corrispondono a circa 3,4 kg in più rispetto alla dose standard.

La media non basta: contano le soglie di risposta

Tre chili e mezzo in media possono sembrare pochi. La lettura più utile, però, non è quella della media: è quella delle soglie di risposta, cioè quanti pazienti raggiungono i risultati clinicamente più rilevanti.

  • Perdita ≥15%: 67% con 7,2 mg vs 55% con 2,4 mg
  • Perdita ≥20%: 48% con 7,2 mg vs 33% con 2,4 mg
  • Perdita ≥25%: 31% con 7,2 mg vs 15% con 2,4 mg

Il messaggio è questo: la dose da 7,2 mg non porta tutti a perdere qualche chilo in più — porta quasi il doppio dei pazienti oltre la soglia del 25%. Chi con 2,4 mg ottiene già buoni risultati non cambierà molto; chi si trova a metà strada e non riesce ad andare oltre ha molte più probabilità di farcela con la dose più alta.

Se si considera solo chi ha aderito alla terapia senza interruzioni — la cosiddetta analisi “ideale” — i numeri salgono ancora: –20,7% con 7,2 mg e –17,5% con 2,4 mg. In un’analisi esplorativa post hoc, il 43,2% dei partecipanti trattati con 7,2 mg aveva raggiunto un BMI inferiore a 30 kg/m² alla settimana 72, uscendo formalmente dalla categoria “obesità”.

Vale la pena ricordare che i dati suggeriscono che alla settimana 72 la perdita di peso potrebbe non essere ancora completamente stabilizzata, anche se saranno necessari studi più lunghi per confermarlo (Wharton et al., 2025).

Non solo peso: glicemia, pressione, girovita

La perdita di peso si è tradotta in miglioramenti su più fronti. La circonferenza vita si è ridotta in media di 17,5 cm con 7,2 mg contro 14,6 cm con 2,4 mg. Tra i partecipanti che al basale avevano il prediabete — cioè valori di glicemia già oltre la norma ma ancora sotto la soglia del diabete — l’83,4% è tornato alla normoglicemia con 7,2 mg, contro il 73,8% con 2,4 mg. Nessun partecipante nel gruppo ad alta dose ha sviluppato diabete di tipo 2, a fronte di cinque nel gruppo placebo. Pressione arteriosa, trigliceridi e infiammazione (misurata con la proteina C-reattiva) sono migliorati significativamente rispetto al placebo, con ulteriori modesti miglioramenti rispetto alla dose standard.

Seconda domanda: gli effetti indesiderati sono davvero molti di più?

Il confronto onesto: più disestesia, non più effetti gravi

La risposta a questa domanda richiede di distinguere con precisione quali effetti indesiderati aumentano e quali no — perché il quadro non è uniforme (Wharton et al., 2025).

Disturbi gastrointestinali

Nausea, diarrea, vomito, costipazione, sono stati presenti nel 70,8% dei partecipanti con semaglutide 7.2 mg, contro il 61,2% con 2,4 mg. Quasi tutti erano lievi o moderati, si sono verificati principalmente durante la fase di aumento della dose e si sono attenuati nel tempo. Meno del 4% dei partecipanti ha interrotto definitivamente il farmaco per disturbi intestinali. Il confronto più rigoroso non è con SURMOUNT-1 — studi diversi, popolazioni diverse — ma con il testa a testa diretto di SURMOUNT-5 (Aronne et al., 2025): in quel trial, le interruzioni della terapia per eventi gastrointestinali sono state più frequenti nel braccio semaglutide (5,6%) che in quello tirzepatide (2,7%). Semaglutide 7.2 mg, pur a tre volte la dose standard, non peggiora questo quadro in modo preoccupante; ma dire che produce meno disturbi intestinali del tirzepatide non è supportato dai dati del confronto diretto.

Disestesia

La disestesia (sensazioni anomale della cute come bruciore, formicolio e ipersensibilità) è un effetto già noto con i farmaci incretino-mimetici, inclusi semaglutide 2,4 mg e tirzepatide.”

In STEP UP ha interessato il 22,9% dei partecipanti con 7,2 mg, contro il 6,0% con 2,4 mg e lo 0,5% con placebo. Si tratta di un effetto dose-dipendente (cioè più frequente quanto più alta è la dose), nettamente più frequente con semaglutide 7.2 mg rispetto al tirzepatide ad alta dose (dove viene riportato nel 5-7% dei casi). Nella quasi totalità dei casi era lieve; quattro partecipanti su 230 che l’hanno sviluppata hanno interrotto il farmaco. La grande maggioranza si è risolta entro la fine dello studio. Un articolo dedicato su questo sito approfondisce il meccanismo e la gestione clinica sarà presto pubblicato su questo sito.

Il dato forse più controintuitivo riguarda gli eventi avversi gravi: sono stati meno frequenti nel gruppo con la dose più alta (6,8%) rispetto al gruppo con 2,4 mg (10,9%) e al placebo (5,5%). Nessun decesso è stato registrato in nessun gruppo. La percentuale di sospensioni permanenti del farmaco era comparabile tra i due dosaggi attivi (5,4% con 7,2 mg vs 4,0% con 2,4 mg).

In sintesi sul confronto effetti indesiderati. Rispetto alla dose standard di 2,4 mg: più disturbi gastrointestinali (lievi, transitori) e nettamente più disestesia. Rispetto al tirzepatide nel confronto diretto di SURMOUNT-5: le interruzioni per eventi GI sono state paradossalmente più frequenti con semaglutide 2,4 mg che con tirzepatide — il profilo intestinale di semaglutide 7.2 mg è intermedio e non direttamente comparabile in assenza di un testa a testa specifico. La disestesia rimane il segnale distintivo di semaglutide ad alta dose, molto più frequente rispetto al tirzepatide. Gli eventi gravi e le interruzioni definitive sono comparabili tra i dosaggi attivi.

Terza domanda: e la pancreatite?

In STEP UP sono stati registrati tre casi di pancreatite acuta nel gruppo trattato con semaglutide 7.2 mg (0,3%), nessuno nel gruppo 2,4 mg e nessuno nel placebo. Il dato va letto con attenzione.

Tre casi su 1.004 pazienti seguiti per 72 settimane corrispondono a un’incidenza di 0,2 eventi ogni 100 anni-paziente: un valore pienamente compatibile con l’incidenza di fondo della pancreatite acuta nella popolazione obesa adulta, che si attesta tra 0,1 e 0,5 per 100 anni-paziente. Il numero è troppo esiguo per trarre qualsiasi conclusione causale e lo studio non era dimensionato per rilevare differenze in un evento così raro.

Questo dato si inquadra coerentemente in quanto già documentato sul rischio di pancreatite con i GLP-1 AR: le evidenze disponibili da studi randomizzati, meta-analisi e dati real-world non mostrano un aumento del rischio con semaglutide o tirzepatide alle dosi approvate; alcuni studi osservazionali segnalano anzi una riduzione del rischio di recidiva. Il fatto che in STEP UP i tre casi si concentrino nel braccio con la dose più alta — e nessuno negli altri due bracci — non costituisce un segnale di allarme, ma una distribuzione del tutto spiegabile dalla diversa numerosità dei gruppi (1.004 vs 201 vs 201) e dall’incidenza attesa di fondo. Per l’analisi completa del rischio pancreatico con questi farmaci, si rimanda ai due approfondimenti già pubblicati su questo sito: Semaglutide e pancreatiti e Semaglutide e tirzepatide: rischio pancreatite e dati reali.

Semaglutide 7,2 mg e tirzepatide: dove siamo?

Il confronto con tirzepatide è inevitabile — e i dati, letti con attenzione, riservano una sorpresa. Nello studio SURMOUNT-5, l’unico trial testa a testa disponibile tra i due farmaci, semaglutide alla dose standard di 1,7 o 2,4 mg ha prodotto una perdita di peso del 13,7%, contro il 20,2% del tirzepatide 10 o 15 mg (Aronne et al., 2025). Il vantaggio del tirzepatide era netto e statisticamente ineccepibile.

Come si posiziona semaglutide 7,2 mg rispetto a tirzepatide? Il confronto è riassunto nel grafico seguente.

Confronto tra semaglutide 7,2 mg e tirzepatide 15 mg nella perdita di peso: risultati medi a 72 settimane negli studi STEP UP e SURMOUNT
Semaglutide 7,2 mg e tirzepatide mostrano una perdita di peso significativa: il confronto è indiretto ma evidenzia un possibile divario tra le due strategie.

Quello che STEP UP aggiunge — in modo indiretto, e da leggere con le cautele del caso — è un cambio di prospettiva sulle soglie di risposta.

Confronto con tirzepatide: cosa mostrano le soglie di risposta

Con semaglutide 7,2 mg in STEP UP: il 47,7% dei pazienti ha raggiunto una perdita ≥20% e il 31,2% ha superato il 25%. Con tirzepatide 10–15 mg in SURMOUNT-5: rispettivamente il 48,4% e il 31,6%. I numeri sono quasi sovrapponibili (Aronne et al., 2025; Wharton et al., 2025). Questo non è un confronto diretto — le popolazioni, i disegni e gli estimandi sono diversi — ma è un segnale che vale la pena leggere: semaglutide alla dose massima studiata mostra risultati comparabili al tirzepatide nelle soglie di risposta clinicamente più ambiziose, pur in assenza di un confronto diretto, nonostante il –20,2% medio del tirzepatide contro il –18,7% di semaglutide 7,2 mg.

La spiegazione probabile è nella distribuzione della risposta: tirzepatide ha una media più alta, ma semaglutide 7,2 mg ha una coda di risponditori forti altrettanto ampia. La media, ancora una volta, non racconta tutta la storia.

Non esiste ad oggi un trial che confronti direttamente semaglutide 7,2 mg con tirzepatide. Qualsiasi inferenza comparativa diretta tra le due molecole resta metodologicamente improponibile. Quello che si può dire è che semaglutide 7,2 mg riduce in modo sostanziale il divario osservato con la dose standard, portandosi in un range di efficacia praticamente sovrapponibile per le soglie di risposta più elevate. La competizione tra Novo Nordisk ed Eli Lilly è destinata a intensificarsi con l’arrivo di molecole di nuova generazione — retatrutide e CagriSema in primis — su cui questo sito dedicherà approfondimenti specifici.

Conclusioni

STEP UP risponde con dati solidi alla domanda concreta che pazienti e clinici si pongono: sì, triplicare la dose di semaglutide produce ulteriore perdita di peso, con un incremento medio di circa tre punti percentuali rispetto alla dose standard — modesto sulla media, ma clinicamente rilevante per chi ha bisogno di superare le soglie del 20-25%. Il profilo di sicurezza è gestibile: la disestesia è il segnale nuovo da conoscere, ma è nella grande maggioranza lieve e reversibile. Gli eventi gravi non aumentano.

La dose da 7,2 mg non è ancora commercializzata in Italia, riguarderà un sottogruppo specifico di pazienti: quelli che con 2,4 mg non hanno raggiunto i propri obiettivi terapeutici. Non una sostituzione della dose attuale, ma un gradino in più per chi ne ha bisogno.

In sintesi: semaglutide 7,2 mg produce una perdita di peso significativamente maggiore rispetto a 2,4 mg — con quasi il 50% dei pazienti oltre il –20% e quasi il 31% oltre il –25%, soglie praticamente sovrapponibili a quelle del tirzepatide nel confronto indiretto — con un profilo di tollerabilità complessivamente favorevole; la disestesia è l’effetto collaterale emergente da monitorare, il profilo gastrointestinale rimane gestibile, e il segnale sul rischio pancreatico è coerente con il quadro rassicurante già documentato per la classe.

 


Domande frequenti

Semaglutide 7,2 mg è già disponibile in Italia?

Non ancora. Semaglutide 7,2 mg ha ricevuto l’approvazione EMA — valida in tutta l’Unione Europea, Italia inclusa — e il 19 marzo 2026 ha ottenuto anche l’approvazione FDA negli USA con il nome commerciale Wegovy HD. Tuttavia, l’approvazione europea non equivale alla commercializzazione immediata: in Italia è necessario attendere la determinazione AIFA sulla classificazione e sul prezzo, un iter separato che tipicamente richiede diversi mesi. Al momento semaglutide 7,2 mg non è ancora commercializzato in Italia. Come riferimento, Wegovy 2,4 mg è in classe C (a totale carico del paziente, non rimborsato dal SSN): è probabile che la dose 7,2 mg segua lo stesso inquadramento.

Uso già semaglutide 2,4 mg ma non raggiungo il mio obiettivo di peso. Cosa posso fare ora?

La dose da 7.2 mg non è ancora prescrivibile. Nel frattempo, vale la pena discutere con il proprio specialista se ci sono margini per ottimizzare la terapia attuale — aderenza, stile di vita, comorbilità — o se esistano alternative già disponibili più adatte al proprio profilo. STEP UP rafforza comunque la prospettiva che, una volta commercializzata, la dose più alta sarà un’opzione clinicamente fondata per chi non raggiunge i propri obiettivi con 2,4 mg.

Tre punti percentuali di differenza sembrano pochi: ne vale davvero la pena?

La media può ingannare. La differenza di tre punti percentuali sulla media si traduce in un raddoppio della quota di pazienti che supera il 25% di calo ponderale — dal 15% con 2,4 mg al 31% con 7,2 mg. Per chi si trova in quella quota di “non-responder parziali” con la dose standard, la differenza è tutt’altro che trascurabile.

La disestesia è pericolosa?

Dai dati di STEP UP, no: nella quasi totalità dei casi era lieve, si è risolta entro la fine dello studio e non ha prodotto eventi gravi. Quattro partecipanti su oltre mille trattati con 7,2 mg l’hanno avuta abbastanza severa da interrompere il farmaco. Va segnalata al medico quando compare, che valuterà se una riduzione temporanea della dose è opportuna.

Con semaglutide 7,2 mg si perde anche massa muscolare?

Una sottopopolazione dello studio ha effettuato risonanza magnetica per valutare la composizione corporea. La massa grassa si è ridotta del 25%, mentre la massa magra del 7% — una differenza non statisticamente significativa rispetto al placebo. Il rapporto è favorevole rispetto a molte diete ipocaloriche. L’attività fisica e un’alimentazione adeguata in proteine restano raccomandati per preservare il muscolo durante qualsiasi terapia dimagrante.

Lo studio era rivolto solo a persone senza diabete?

Sì. I criteri di inclusione richiedevano l’assenza di diabete di tipo 1 o di tipo 2, con HbA1c inferiore a 6,5%. Le persone con prediabete erano invece incluse e rappresentavano il 37,6% dei partecipanti. I risultati non sono direttamente trasferibili alla popolazione con diabete di tipo 2, per cui esistono studi separati con indicazioni specifiche.

Glossario dei termini principali

BMI (indice di massa corporea): valore ottenuto dividendo il peso in kg per il quadrato dell’altezza in metri (kg/m²). Valori ≥30 kg/m² definiscono l’obesità.

Disestesia: sensazione anomala della cute — bruciore, formicolio, ipersensibilità al tatto — non associata a lesioni visibili. Nei trial con semaglutide ad alta dose è risultata dose-dipendente, nella grande maggioranza dei casi lieve e transitoria.

Doppio agonista GIP/GLP-1: farmaco che attiva contemporaneamente i recettori del GIP (polipeptide insulinotropico glucosio-dipendente) e del GLP-1 (glucagon-like peptide-1). Tirzepatide appartiene a questa categoria; semaglutide agisce solo sul recettore GLP-1.

ETD (differenza stimata di trattamento): differenza di efficacia tra due trattamenti calcolata con modelli statistici che correggono per le caratteristiche iniziali dei partecipanti.

GLP-1 AR (agonista del recettore GLP-1): classe di farmaci che mimano l’azione del GLP-1, ormone intestinale che riduce l’appetito e rallenta lo svuotamento gastrico. Semaglutide appartiene a questa classe.

Prediabete: condizione con valori di HbA1c compresi tra 5,7% e 6,4%, al di sopra della norma ma sotto la soglia del diabete di tipo 2. Reversibile con la perdita di peso significativa.

Bibliografia

Aronne LJ, et al. (2025)
Tirzepatide versus semaglutide for obesity. N Engl J Med. 393:26–36.
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Tirzepatide once weekly for the treatment of obesity. N Engl J Med. 387:205–216.
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Knop FK, et al. (2023)
Oral semaglutide 50 mg taken once per day in adults with overweight or obesity (OASIS 1): a randomised, double-blind, placebo-controlled, phase 3 trial. Lancet. 402:705–719.
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Wharton S, et al. (2025)
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https://doi.org/10.1016/S2213-8587(25)00226-8

Riguardo all'autore

Gianleone Di Sacco

Nato a Pisa nel 1959. Risiede a Milano dalla nascita.

Laureato in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Milano con il massimo dei voti, specializzato, con lode, in Endocrinologia presso l'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

Membro di svariate Associazioni e Società Scientifiche, anche con incarichi istituzionali.

Da anni svolge attività clinica e di ricerca, in particolare, nel campo della terapia farmacologica dell'obesità.

Di Gianleone Di Sacco

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